Sul maschio Mandzukic da qui a Natale

di Luca Momblano |

C’è una cosa che ogni juventino dovrebbe ripetere a se stesso, almeno da qui alla Supercoppa del 23 dicembre: Mario Mandzukic è il necessario, il titolare del segreto, l’uomo da cui dipendono i prossimi due cicli di partite. Non perché poi si apre il mercato, quello vive di vita propria, ma perché per determinate convivenze, a determinati livelli, la strada disegnata aiuta. E’ come nel ciclismo, in salita ognuno va per conto suo, le gambe o la morte, nella più solidale delle ipotesi giusto uno scambio di borraccia; al che si scollina nella posizione progettata, ci si alza sui pedali, ci si batte sul petto, sgranchendo le ossa e via giù: la discesa la si può far insieme, tagliandosi l’aria a vicenda, con il fresco in faccia, il traguardo che è solo più una questione di cronometro.

Ecco, nel calcio non ci sono però le volate. Ci sono però compresenze studiate anche a tavolino, e Mandzukic rientra in questo progetto. C’è qualcosa di pensato, il reparto offensivo 2016/17 della Juventus non lo si può guardare diversamente. L’anno precedente ce n’erano due per fare ciò che è richiesto a Mandzukic (Morata e Zaza), l’anno prima ancora la spallata dell’emergente travolse Llorente, che era femmina vecchio stampo, appagata dall’accondiscendenza. La fusione delle due precedenti esperienze ne ha prodotta una nuova, un terzo uomo che non è terzo. Lo ha convinto così, Massimiliano Allegri, che con il lato maschio di Mario ha perso almeno due grandi battaglie preparatorie.

La nuova Juve è però andata in guerra su tre fronti, lo ha fatto sostanzialmente annunciandolo al mondo. Una guerra sportiva che nessuno può permettersi di dire che durerà due anni. In partenza, appunto, c’è Mario, con mansioni nuove e vecchie. Psicologiche le prime, tecniche le seconde. Che più vecchie non si può. Per la missione gli viene chiesto, senza accorgersene e senza poter accettare che possa essere esattamente così, di tornare alle origini fuori dal campionato croato. Solo nei due anni a Wolfsburg l’attaccante segnava in media una rete ogni tre partite, anche nella poco felice Madrid è stato, come da attitudine acquisita, pedina da un gol ogni centottanta minuti.

Noi, Juve, dei gol come concetto generale, contabile e banale, non ce ne facciamo niente. O tutto. Contano quali e non quanti. Contro chi e non con chi al fianco. Conta che Manduzkic dia positività, ci stia dentro, che faccia il protagonista. Poi, nel caso, con i conti in mano, ci sediamo anche a parlare. Per ora e per qualche mese, basta e deve bastare il mister.