Sul garbato Ancelotti quando parla di Juve

di Giulio Gori |

Carlo Ancelotti si candida a nuovo simbolo della lotta alla Juventus. L’allenatore delle tre Champions è stato accolto a Napoli come l’uomo che strapperà il Tricolore ai Savoia, Sarri è già dimenticato. Ma, a differenza del suo predecessore, Ancelotti si limiterà a sfidare i bianconeri sul campo di calcio o trasformerà anche lui il confronto in una crociata dai richiami etici, tra buoni e cattivi? Il nuovo tecnico azzurro è un gentiluomo e anche lo scambio d’affetto reciproco con Allegri, via Twitter, di queste ore, dimostra che almeno le intenzioni di partenza sono pacifiche. Ma tra il mondo Juve e Ancelotti ci sono vecchie ruggini. E chissà che non possano riemergere…

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Quando nel ‘99, arrivò a Torino per sostituire Lippi, la tifoseria bianconera lo accolse malissimo. Per la curva rappresentava un simbolo dei rivali del Milan e della Roma, non lo aiutava l’essere giovane e il non avere un curriculum importante e, inoltre, sostituiva uno dei tecnici più amati di sempre. Ancelotti nei due anni e spiccioli non aiutò a farsi amare come tecnico. Molti ricordano che si inventò si inventò Inzaghi ala sinistra, Henry fluidificante, persino Tacchinardi ala tornante in una disgraziata serata a Manchester in cui ad inizio partita aveva invece azzeccato tutto. Quella Juventus, con Zidane nel pieno splendore, fallì in Europa, né riuscì a vincere in Italia. Va detto che le circostanze sfortunate non mancarono: il periodo più buio della carriera di Del Piero, un portiere non proprio indovinato (da parte della dirigenza) e, soprattutto, dover disputare la sfida decisiva per il tricolore giocando a uno sport diverso da quello per cui un allenatore di calcio è pagato.

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Ancelotti però è un gentiluomo: e quando i tifosi lo insultano, lui si limita ad alzare il sopracciglio. Tranne una volta, sette anni dopo la Juve, durante un triangolare estivo, quando rispunta lo striscione che lo aveva accolto a Torino nel febbraio ‘99: «Un maiale non può allenare». Per una volta non resse, sollevò il dito medio verso la curva. «Non ne potevo più», avrebbe spiegato all’epoca, secondo quanto riportato oggi da Roberto Bordi per Il Giornale. Difficile dargli torto, meno facile invece prendere per buone le parole messe nero su bianco tre anni fa nella sua autobiografia, «Preferisco la Coppa». Parole che suonano un po’ come la favola di Esopo della volpe e l’uva. «La Juventus era una squadra che non avevo mai amato e che probabilmente non amerò mai, anche per l’accoglienza che qualche mente superiore mi riserva ogni volta che torno». E ancora: «Non mi sono mai sentito a casa, mi sembrava di essere l’ingranaggio di una grande azienda. Per il sentimento, prego rivolgersi altrove. Sul lavoro tutto bene, fuori zero contatti». Infine: «Torino non mi piaceva. Troppo triste, lontana un paio di galassie dal mio modo di essere».

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Partiamo dalla città: che Napoli sia diversa da Torino non ci piove; e che si possa amare per vocazione un luogo che, pur tra i suoi difetti, è più caldo, più emotivo, per certi versi più allegro di un altro, è più che legittimo (NB: chi scrive, fiorentino, non ha mai vissuto a Torino, ma ha vissuto e lavorato a Napoli, città che ama profondamente). Per chi tuttavia ha scelto di vivere in città come Milano, come Parma, come Reggio Emilia, e che successivamente andrà anche a Monaco di Baviera, finire a Torino e poi lamentarsene è piuttosto curioso. Ma del resto, calcio e geografia fanno strani scherzi: ricordate Zidane? Doveva lasciar Torino a tutti i costi perché la moglie non poteva stare senza il mare… Alla fine si è dovuta accontentare del Manzanarre. Era quasi meglio il Po.

Sui tifosi il rapporto di antipatia, come si è detto, è reciproco, ma Ancelotti non ha la colpa di stato per primo quello antipatico dei due. Del resto, i bianconeri accolsero Allegri con glaciale freddezza, ma senza gli insulti destinati al suo predecessore; pensare che l’attuale allenatore della Juve ne aveva dette di tutti i colori contro di noi quando era al Milan, mentre nel ‘99 del povero Carletto non si ricordavano dichiarazioni al vetriolo contro i bianconeri. Né da calciatore, né da allenatore.

Ma il nuovo tecnico del Napoli parla di mancato amore per la Juve, «anche» a prescindere dai tifosi. E qui la colpa non è della Juve, ma di Ancelotti. Perché è tutta una questione di vincere e di perdere. Perché se si vince, ci si bacia, ci si abbraccia, si sorride, si brinda e si ricorda con piacere. Se si perde restano i bronci, i rancori, gli «in fondo non ci siamo mai amati». E allora se la squadra che vince per antonomasia non vince proprio quando in panchina c’è lui, allora dovrebbe capire che l’amore mancato è proprio quello della Juve nei suoi confronti, anziché viceversa. Essere stato mollato e fingere di aver mollato è un vecchio classico di ogni brutta storia d’amore, ma è un espediente che mette tristezza.

Ancelotti aggiunge anche di essersi sentito al pari di un mero ingranaggio nell’organizzatissima macchina-azienda juventina. Non gli è piaciuto, pare. Chissà, lui che è sempre stato assai bravo a farsi amare dai giocatori – gli va riconosciuto –, forse avrebbe gradito qualche coccola da parte della dirigenza, magari che Giraudo ogni tanto lo abbracciasse, che Chiusano lo invitasse a qualche serata in discoteca. Che brutta gente, pensavano che a un allenatore bastasse una società che sa imporre la propria filosofia a tutti i dipendenti, che insegna ai calciatori il rispetto, la puntualità, il senso del dovere, la dedizione alla causa. E invece gli ha dato in mano solo disciplinati soldatini col brutto vizio di vincere, tranne che con lui.

I soldatini mai, viva il sentimento. Allora non c’è miglior piazza di Napoli. Quella che il sentimento te lo dà, che ti eleva sul trono come nessun altra realtà sa fare, ma che un minuto dopo si dimentica di te: ricordate tanto tanto tanto tempo fa, un signore di Figline Valdarno sempre in tuta, che veniva narrato come il profeta del nuovo calcio Champagne, l’artefice del record di punti, il genio che faceva morir d’invidia Guardiola, il compagno di viaggio «che come nessun altro ha saputo indentificarsi con la città»? No? Ecco, a Napoli l’hanno dimenticato in un minuto. Perché anche a Napoli, o vinci come vinse Maradona, o diventi presto nessuno. Ancelotti avvisato, Ancelotti salvato: che non ci resti troppo male se le cose dovessero andar male.

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In ogni caso, Ancelotti è un signore garbato. La prossima stagione trattiamolo come un gentiluomo, da gentiluomini. E auguriamoci che anche lui resti lo stesso, in un ambiente che certo non brilla per serenità. Se poi la rivalità dovesse finire per incattivire le reciproche relazioni, allora non ci resta che augurarci solo una cosa, la stessa di sempre, quella che alla Juve riesce piuttosto bene: vincere. Noi, non loro.