Il Subcomandante Sarri e la palingenesi dei proscritti

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Pier Paolo Chirulli

Tutti noi si aspettava Guardiola, una sorta di Santone del calcio moderno, un filosofo, un teorico, un demiurgo. Un uomo amato da quasi tutto il mondo del calcio, ad eccezione di Zlatan e Special One. Aspettativa foraggiata da contingenze, coincidenze, incontinenze. È arrivato invece Maurizio Sarri: il più grande nemico del recente passato, l’unico in grado di far tremare l’Armata che in Italia, da quasi due lustri, impone senza pietà, la propria egemonica prepotenza; un rivale arcigno, spigoloso, che ha voluto e si è meritato l’acrimonia della platea bianconera. Il mondo juventino è pertanto stato scosso dall’annuncio di Sarri come nuovo Mister: vuoi perché si sognava di Pep; vuoi perché Sarri non era considerato, per il suo lignaggio, per il suo retaggio, per il modo d’essere, da Juventus.
Assolutamente giusto. Solo che, i primi mesi di una squadra sperimentale ma invitta, hanno affermato che magari Sarri non sarà da Juventus, ma la Juventus è di Sarri. Identificato come un rivoluzionario dai suoi precedenti sostenitori, per aver lottato contro la dittatura bianconera, il barricadiero Sarri, ora assiso al vertice del potere, applica la sua filosofia con risolutezza paziente, con modi decisi, capaci di penetrare nel cuore dei suoi condottieri.
Allegri, per sua stessa ammissione durante uno degli alterchi con Adani, dichiarò che quando hai a disposizione grandi guerrieri non hai bisogno di grandi strategie. In sostanza, convogliava tutta la potenza di fuoco sulle solide spalle di Ronaldo, leggenda impareggiabile che però il tempo sta rendendo più umana.
Sarri invece utilizza il patrimonio culturale nei piedi dei suoi calciatori per armonizzare e realizzare idee calcistiche di sopraffina difficoltà e di efficacia impietosa. E lo ha fatto rivitalizzando giocatori ai margini del progetto Juventus, proposti sul mercato, apparentemente inutili alla causa. Dybala e Higuaìn erano uomini tristi negli anni passati, turbati in estate. Adesso basta guardare i loro visi per cogliere espressioni pacifiche, rilassate, di sicurezza in se stessi. Sandro è tornato ai livelli monster del primo biennio, Pjanic è libero di scatenare il genio, Cuadrado di scorrazzare sulla fascia, Bentancur di arare il campo con elegante fermezza. Bonucci ha completato la sua penitenza da figliol prodigo e adesso veste con merito la fascia di capitano.
È ancora una Juventus ibrida, alla quale Sarri, da autarca illuminato, ha ordinato di conservare la lucidità e le capacità di pazientare e soffrire che erano negli scorsi anni. Ma, soprattutto messi in mostra contro avversari importanti, ci sono segnali di potenza, prodromi di altrui devastazione, cui non si era abituati: sorpresa eccitante. Sarri ha polso: come ha recuperato uomini quasi fuori dal progetto tecnico, ha esodato calciatori di assoluto valore e riferimento, che però non ha ritenuto funzionali.
Lo stesso sta facendo col grande Campione. Ronaldo è passato da essere il centro dell’universo Juventus, a una stella luminosa di una galassia di stelle luminose. Sarri non si è fatto problemi a levarlo quando la sua antica ostinazione sembrava ostacolare il raggiungimento dello scopo bianconero. E questa perché nel socialismo tattico della Juve tutti ugualmente importanti a seconda del momento, dell’avversario e dall’esigenza. E un Ronaldo appannato deve accettare la concorrenza di uno sfolgorante Paulino e di un essenziale Gonzalo. Perché Sarri è il Subcomandante in capo. Comanda in campo e risponde solo alla Juventus e suo precetto: vincere è l’unica cosa che conta. E tutti, Sarri, Ronaldo, noi tifosi, dobbiamo rispettare questa legge.

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