Suarez, Paratici e quello che non si dice nei processi mediatici

di Mauro Bortone |

Il caso Suarez ancora al centro delle cronache, tra sentenze ipotizzate che si poggiano esclusivamente sulle tesi d’accusa, insinuazioni che vanno oltre il racconto dei fatti così come noti al momento, inesattezze sparse qua e là per alimentare un dibattito di pancia senza voler davvero informare. Così Suarez, da Fazio, diventa “un calciatore della Juventus” (mai vestito il bianconero), per il FQ Paratici “l’ad della Juventus” (non ricopre quell’incarico) e per un ministro, Vincenzo Spadafora, particolarmente avvezzo alle dichiarazioni a cascata, “c’è un processo in corso” (nessun processo è ancora iniziato). Il tutto in un contesto di non troppo velato compiacimento nel vedere nell’occhio del ciclone la Juventus, a prescindere da ogni reale e verificato coinvolgimento.

Prova a far chiarezza Paco D’Onofrio, avvocato e docente di diritto sportivo, intervenuto nel salotto di Casa Juventibus, che sottolinea come esistono due considerazioni in premessa: «La prima è che la Procura statale sta andando avanti, fa le proprie indagini: principalmente, va ricordato, l’indagine non è sulla Juventus ma è su tutta una serie di ipotesi che si sono eventualmente verificate nell’Ateneo di Perugia su cui si cerca di far luce».

D’Onofrio rammenta come la Procura sia, però, una parte dell’eventuale processo (in sostanza l’avvocato dell’accusa, ndr), cioè ha un’idea investigativa così come ce l’ha la difesa: «Questo va chiarito perché al momento sembra che il verbo sia quello che dice la Procura: la Procura è una parte, a mio giudizio, fa bene questo lavoro e speriamo arrivi ad una verità. Però ricordo che le parole del gip di Perugia, un giudice che è terzo sottolineano “l’assenza di qualsivoglia spunto investigativo che lasci fondatamente accreditare la sussistenza di intese corruttive tra gli odierni indagati e soggetti appartenenti all’entourage della Juventus”. Mi sembrano parole cristalline: il primo giudice che si è espresso su una fase preliminare evidentemente non ha ravvisato molti o significativi elementi che vadano verso questa direzione. Questo sul piano penale».

Per quanto concerne il piano sportivo, l’avvocato ricorda che Fabio Paratici, dirigente bianconero, non è indagato per i reati principali contestati ai vertici dell’Università di Perugia, ma per non essere stato collaborativo con la Procura: «Anche volendo ragionare al peggio – evidenzia -, tutto questo non ha una conseguenza sportiva, non ancora almeno».

A quanti aleggiano l’eventualità dell’articolo 32 comma 7 del codice di giustizia della Federazione, D’Onofrio ricorda che le sanzioni non sono previste solo per quell’articolo ma per tutta una serie di articoli e che, anzi, quasi tutte le sanzioni della Federazione vanno dall’ammenda alla retrocessione, a seconda dell’irregolarità commessa: «Però se si conoscesse quella norma e soprattutto le sue applicazioni – aggiunge -, si saprebbe che viene applicata sulla base di due presupposti: che il giocatore sia stato effettivamente tesserato e che sia stato effettivamente utilizzato. Ricordo che nell’unico clamoroso caso in cui pure queste due ipotesi si sono verificate, cioè il caso Recoba, l’Inter non ebbe nessun punto di penalizzazione ma un’ammenda per la società e una squalifica per il dirigente».

«È questo il motivo per cui, al momento – ribadisce -, non capisco sulla base di che cosa, se non per un compiacimento di altra natura, si possano immaginare questi scenari in prospettiva. Se poi le indagini, fra una settimana, faranno emergere dettagli che oggi non conosciamo, è un altro discorso, ma oggi i fatti sono questi».

Alla domanda di Massimo Zampini rispetto all’analogia dell’inchiesta sportiva sul caso Recoba, come datato di vent’anni e sull’evoluzione delle norme in materia, D’Onofrio chiarisce: «O c’è un eccezionale stravolgimento delle regole come nel caso di Calciopoli o le regole sono queste. Per Calciopoli ci fu oggettivamente ma era una vicenda diversa, a sé stante e proprio perché c’è stato quel precedente difficilmente si ripeterà. Quello che dico è che proprio le regole non spingono in questo senso».

A sostegno dell’argomentazione, l’avvocato fa riferimento a un dato formale, ovvero che l’alterazione e la falsificazione dei documenti di cittadinanza di cui si parla all’articolo 32: «Tecnicamente la prova di lingue non è un documento di cittadinanza perché io potrei farla per andare a lavorare all’estero, per acquisire un’abilità linguistica ai fini professionali. L’alterazione di documenti è quella relativa allo stato di famiglia, l’albero genealogico, ovvero alla condizione di provenienza familiare, al certificato di matrimonio».

Vi sono, quindi, tutta una serie di elementi formali e sostanziali, per D’Onofrio, a partire da uno, determinante, ovvero che nemmeno la Procura statale ha avanzato un coinvolgimento di Paratici nel procedimento principale, che non ci sia alcun aggravamento della situazione per la Juventus. Anche la Federazione ha aperto il fascicolo a settembre, acquisendo gli atti, e se avesse avuto già degli elementi probabilmente avrebbe avviato delle audizioni, delle attività.

«Al momento – sintetizza – è tanto rumore per nulla. L’avviso di garanzia, benché in passato abbia avuto un significato mediaticamente differente, è un vantaggio: oggi sai che ti indago e soprattutto si definisce il perimetro dell’indagine. E Paratici è indagato per essere stato omissivo con il pubblico ministero e questo non ha nessun tipo di risvolto sportivo».

Quanto al diritto sportivo che condanna anche il tentativo, D’Onofrio chiarisce: «Tutto vero, ma il tentativo effettivamente ci deve essere stato e non significa pensare una cosa ma porre degli atti concreti che qualcuno deve aver accertato. In ambito penale è stato accertato anche solo il tentativo? Al momento no. Tra l’altro, l’avvocatessa Maria Cesarina Turco, a cui va la mia solidarietà, in un’intercettazione che è stata resa pubblica, dice chiaramente che non “vogliamo favoritismi”».

D’Onofrio aggiunge ancora che certamente l’indagine non è un procedimento chiuso e possa riservare sorprese: «L’esperienza mi porta a dire – conclude – che se l’episodio fosse stato così evidente dopo tre mesi piuttosto serrati d’indagine sarebbe emerso».