Su questa Juve il dibattito non è surreale

di Willy Signori |

Ho letto con interesse l’articolo di Federico Sarica pubblicato ieri qua

Ho sentito il bisogno di rispondere per mostrare anche l’altro lato della medaglia, di chi educatamente espone qualche critica e preoccupazione, ecco cosa penso.

No, non c’è niente di surreale. Non si tratta di ridimensionare i successi in successini. O di restringere gli scudetti, lavarli in acqua calda e farli diventare scudettini. Ogni linea del traguardo certifica la fine di un giro e l’inizio del seguente. Se sei alla Juve questa dev’essere la normalità. Così come la normalità dev’essere la spietata analisi di quello che è appena successo per capire dove migliorare perché “una cosa fatta bene può essere fatta meglio”.

Allora brindiamo per l’ottava meraviglia (qualcosa di irripetibile) ma nel frattempo non dimentichiamo lo sfondo desolante in cui tutto questo si è verificato:

L’Italia, “un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte!”
Il contesto italiano, distopicamente lontano da tutto ciò che è la Juventus.
Si dice che il valore di una vittoria sia dato dalla forza degli avversari, chi sono stati quindi i nostri avversari?
A parte il primo Milan di Allegri (e Ibra) che era più forte ed esperto di quella Juve, poi il Napoli di Mazzarri, buono ma non attrezzato, la Roma di Garcia, un bluff a gioco lungo, il Napoli di Sarri, ottimo ma incompleto.
La Juventus si è contesa lo scudetto il più delle volte contro la squadra di De Laurentiis, un nuovo Anconetani con la barba, presidente di una società con l’impianto definito “un cesso” da lui stesso, senza un numero adeguato di bagni funzionanti e in cui piove dentro quando le nuvole si fermano sopra fuorigrotta.

È questo il paragone che deve soddisfare al 100% e lusingare un tifoso juventino?
No! Non può, non deve né oggi né mai, perché significherebbe davvero che hanno vinto loro. Per questo l’umore dei tifosi dello Utd dopo aver perso il derby col City ci interessa quanto sapere che tempo fa stasera su Marte, sono semplicemente mondi diversi, con avversari diversi.

Il contesto calcistico italiano attuale è un termometro col fondo scala a 36°: non può dirti se stai bene o hai la febbre, perché sei abbastanza bravo da vincere lo stesso, la serie A non ti comunica più nulla di rilevante se l’unico obbiettivo diventa vincere senza fermarti a pensare al come.
La Juventus deve guardare e sfidare l’Europa, ogni anno, ogni partita.
Tantopiù vista la risalita lenta delle rivali italiane storicamente più forti che tarda a portare i suoi frutti in termini di competitività per lo scudetto.
Non basta l’impresa sfiorata contro il Real dopo aver perso 3-0 in casa, né la serata tutto cuore e intensità contro l’Atletico, anzi prestazioni come queste non fanno altro che esacerbare l’animo dei tifosi della Juventus che vedono come partite del genere siano effettivamente alla portata della Juve ma che per qualche motivo si scelga di affrontarle diversamente.
Non basta l’exploit: certe performance devono diventare la norma, in Europa e tanto più in Italia.

Per esempio è stato bello vincere lo scudetto l’anno scorso, ma è stato raccapricciante vedere in casa la Juventus consegnarsi totalmente al Napoli nella gara di ritorno, speculando miseramente sui 4 punti di vantaggio come avrebbe fatto una neopromossa che sta rischiando di retrocedere (ZERO tiri in porta, ricordo). Una Juve fortissima ridotta al silenzio da un avversario più debole non è umile: è umiliata.
Poi 7 giorni dopo il Napoli si suicida mentre la Juve la sera precedente risorge nei minuti finali a San Siro al termine di un’altra partita giocata di nuovo oscenamente e festeggiamo il settimo scudetto consecutivo, ma questo non può e non deve cancellare il come si è arrivati a quel risultato. Il problema non è chi si lamenta signori, il problema è chi non si accorge o fa finta di niente, chi ha scritto #allegrimania e contemporaneamente ha invitato a tifare altre squadre, a scendere dai carri e ha banalizzato qualsiasi critica ragionata di chi da mesi denunciava alcune criticità.
E siamo tutti juventini, non c’è da dividersi in classi, ognuno esprime la propria opinione, il proprio sentimento, sono tutti validi.

Un altro aspetto è che le vittorie non hanno tutte lo stesso sapore: ci sono quelle belle che somigliano ad una fuga solitaria e altre che sono un arrivo in volata vinto al foto finish (o corto muso, se preferite); La prima te la gusti una pedalata dopo l’altra, la seconda è tua solo all’ultimo sforzo. Non a caso celebriamo il 5 maggio da 17 anni e altri scudetti ci fanno battere meno il cuore. È il bello di tifare Juve: si gioca per vincere e sovente ci si riesce, si festeggia spesso ma non sempre alla stessa maniera.

Non voglio parlare di Allegri perché non mi interessa, il problema non è lui e il suo futuro, ma le scelte che farà (o ha già fatto) Andrea Agnelli perché ci diranno molto su quello che la Juve vuole diventare nei prossimi 3/5 anni. Nessuno può disconoscere il grande lavoro fatto dal tecnico livornese nelle prime 3 annate come pure la capacità di motivare una rosa di 25 giocatori per vincere il quarto/quinto/sesto/settimo/ottavo campionato di fila (vincere anche quando sembra facile e scontato è sempre un merito), ma non si può nemmeno negare l’impigrimento tattico a cui abbiamo assistito nelle ultime due stagioni, decisamente troppe, molto oltre il limite di guardia se ti chiami Juventus football club.

Il clima perciò non è surreale, l’unica cosa surreale è che qualcuno non si sia ancora accorto di quello che succede, in campo e fuori.


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