Sturaro, i centimetri e la porta del destino

di Juventibus |

Stefano Sturaro è un giocatore sul quale sarebbe fin troppo facile fare dell’altrettanto facile epica sportiva. Anzi, abolite pure il condizionale. Perché il topos è quello classico: centrocampista tutto cuore e polmoni, che corre per due o anche per tre, tecnicamente normodotato, che “sta lì finché ne ha” (cit.) e che in una sera di fine febbraio entra quando tutto sembra perduto e risolve (parzialmente) la gara contro una squadra composta per nove undicesimi da gente che ha avuto in dono da Eupalla tutto ciò che non ha avuto lui.

Trito, ritrito, persino scontato. Però se il calcio continua ad essere lo sport più amato del mondo è anche perché continua a regalare storie così. Aggiungendoci, nel caso dell’ex Genoa, anche quel pizzico di guacamole in più. E per parlarvene mi tocca far riferimento ad un altro cliché abusatissimo in questi anni: il discorso di Al Pacino in Any Given Sunday e, segnatamente, il passaggio in cui “in questa squadra si combatte per un centimetro. Massacriamo di fatica noi stessi e quelli intorno a noi per un centrimetro. Ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro. Perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, tra vivere e morire…”.

Probabile che la conosciate a memoria. Eppure la questione del centimetro di differenza si adatta meglio di altre alla parabola di Sturaro. Perché se, come me, non credete alle coincidenze allora non poteva che essere lui a segnare quel gol, in quella porta lì. Flashback: martedì 5 maggio 2015, Juventus Stadium, semifinale d’andata di Champions contro il Real Madrid. Che, dopo aver pareggiato con CR7 l’acuto di Morata, sul finire del primo tempo ha la più clamorosa delle palle gol: ribaltamento di lato da destra a sinistra, Lichtsteiner tagliato fuori, Marcelo che mette una palla forte, tesa perfetta sulla quale si avventa James Rodriguez in tuffo per un colpo di testa a botta sicura. Traversa e Juve che si salva. Ma, tempo pochi secondi, e si scopre la verità: è stato Sturaro, in affannoso e disperato recupero, a deviare con la punta dello scarpino il pallone. Quel tanto che basta per non dire addio a Berlino con 135 minuti d’anticipo.

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Questione di centimetri, appunto. Di uno solo per la precisione. Che entra in gioco anche a distanza di nove mesi. La porta è la stessa e, a ben guardare, l’assist di Morata non è meno preciso di quello di Marcelo. Magari un po’ più casuale, ma una Champions si vince o si perde anche su questi dettagli. La differenza, però, è che Kimmich non è Sturaro e che, proprio Sturaro, stavolta, sia dall’altra parte della barricata. Tocco in estirada volante, traversa che trema di nuovo ma con il centimetro che, ancora una volta, arride a Stefano e a tutti noi. Regalandoci altri 90 minuti di follia, di speranza, di sofferenza, di meravigliose illusioni.
Niente, alla fine sono comunque riuscito a (s)cadere nella più facile delle retoriche sportive. Ma con questa Juventus e questo Stefano Sturaro era inevitabile.

di Claudio Pellecchia