Stratificazione temporale del miglior ciclo juventino di sempre

di Juventibus |

 

Il tempo, come ebbero a dire persone molto più preparate e intelligenti di me, è cosa astratta: può essere lentissimo quando sei impegnato in un’attività che non ti soddisfa e scorrere veloce come un fiume in piena quando ti stai divertendo.

Nel calcio il tempo si dilata in maniera incredibile d’estate, quando si è sferzati dalle raffiche delle minchiate del calcio-mercato o delle polemiche puerili; diventa quasi fermo quando stai vincendo contro il Barça e aspetti il novantesimo; sembra, addirittura, tornare sui suoi passi quando stai affrontando l’ultimo quarto d’ora della partitella a calcetto settimanale, quando con il cuore in gola mangi aria come se non ci fosse un domani. Diventa velocissimo quando la tua squadra è in forma, sta giocando alla grande, ma ha fatto una stupidata in difesa e le tocca recuperare uno svantaggio. Pareggia all’ottantesimo e quei dieci minuti sembrano sfuggirti tra le dita come un pugno di sabbia. Il tempo è uno dei dati più oggettivi e meno questionabili che esistono al mondo, eppure la piccola introduzione di cui sopra è bastevole a spiegare che forse non è proprio così.
Nel calcio si discute spesso sulla “giusta” quantità di recupero e da sempre si parla dell’introduzione del tempo effettivo di gioco, invece dell’attuale tempo continuo con recupero. Ci sono squadre che si lamentano di aver “subìto” sette minuti di recupero mentre stavano vincendo per poi lamentarsi di aver avuto SOLO quella stessa quantità di overtime nella partita successiva, quella in cui stavano perdendo.

Il minutaggio in Nazionale è un’altra cosa a cui i club badano e non poco e si arriva a discorsi del tipo “Caio ha giocato per 90 minuti, quindi la prossima partita dovrebbe stare in panchina” o a classifiche risibili secondo le quali questa o quella squadra vincerà lo scudetto dei minuti “regalati” alle nazionali (spoiler: lo scudetto lo vince sempre la stessa).

 

 

Il tempo è quella cosa secondo la quale il cuore vorrebbe veder continuare giocatori di quarant’anni, perché sono stati i capitani da sempre. Il tempo sono quei dieci minuti in cui una partita di calcio è passata in secondo piano rispetto al giusto omaggio che uno stadio stava tributando alla bandiera di mille battaglie, nei quali le lacrime sfocavano la vista dell’addio di un giocatore grazie al quale si era scelta una squadra invece di un’altra. Ma il tempo è inesorabile e i secondi si fanno minuti, poi ore, giorni, mesi ed anni.
Ci sono giocatori nati nel 2000 come Kean che esordiscono in serie A e giocano assieme a Buffon, che ha giocato assieme a gente nata negli anni ‘50, come Giovanni Galli. Non si può fermare il futuro e i bambini sono lì a dimostrarlo: ci sono bambini di sei anni che non hanno mai visto una squadra che non fosse la Juventus alzare la coppa dello Scudetto e ci sono altri bambini, di trent’anni, che aspettano che la loro squadra lo vinca di nuovo per vederlo coi propri occhi.

Gli anni e gli scudetti passano veloci e si fa fatica a contarli, per questo motivo nelle ultime ore vive un florilegio di domande da parte dei tifosi delle squadre: “Ma quanti scudetti avete vinto?”. Sono preoccupati che si possa far confusione, noi apolidi senza onore, brutti come la fame, che non sappiamo festeggiare e che esultiamo sulle tragedie. La verità è che a loro che siano 35, 33 o addirittura 32 (ma “da juventino…”) interessa poco. Non gli dà fastidio che la Juve sia stata davanti per decenni, quello è il passato: sono gli ultimi sei anni a non finire mai.

 

+ Lester, quanto tempo hai passato all’ufficio pegni? Tredici anni?
– Tredici anni…E quattro mesi

The Wire

 

 

di Federico Rozzone (@rozzone1)

 

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