La storia della Lazio e della luna

di Pietro Salvatori |

E’ la storia del dito e la luna, del superfluo e del necessario, di pragmatismi e di moralismi, di retorica e necessità. C’è un mondo, là fuori che si ammala e si intuba, che muore guardando scafandri ostili o nel silenzio delle case, le cui ambizioni, sogni, la cui normalità è stata sigillata dentro casa. E c’è un circoletto di pesci rossi che si dibatte nel proprio stagno dorato, attaccato visceralmente al proprio ottone, nell’orchestrina che continua a suonare mentre tutto attorno crolla.

Un’orchestrina i cui musicisti, con estrema fatica e ritardo, si sono accorti dell’apocalisse oggi, e pian piano hanno deposto mestamente il proprio strumento e si sono sintonizzati con lo spirito che i tempi richiedono. A suonare il proprio trombone è rimasto solamente Arturo Diaconale. “Il tifo dà alla testa, si dedicasse alla ricerca di un vaccino“, ha risposto con ruvidezza non richiesta a Giovanni Rezza. “Se dovessi dare un parere alla ripresa del campionato, non sarei favorevole“, ha avuto l’ardire di sbilanciarsi Rezza. Che non è un presidente di una squadra avversaria, ma “semplicemente” il direttore del dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità. Aggiungendo, ahilui, la battuta che lui “è romanista”, e quindi “manderebbe tutto a monte”.

Il Corriere dello Sport titola a quattro colonne “Allo sbando”, ci racconta che “Gravina è furioso”, che “la Figc è sconcertata”. Ed è perfettamente comprensibile. Non staremo qui ad alimentare la retorica del calcio dei ricconi, dei bambini viziati che non vogliono rinunciare al proprio giocattolo. Sì, il calcio è un giocattolo, è vero, ma è anche un business. E come tutti i business, come tutte le imprese, dalla multinazionale internazionale alla piccola bottega di quartiere, si interroga sul proprio futuro, cerca di trovare modi e soluzioni per non finire gambe all’aria, pensa al mondo che verrà immaginando formule che ne minimizzino, per quanto possibile, i danni. E’ un grande circo, ma forse che il circo non vive del complicato equilibrio tra stipendi da pagare ai giocolieri, costo del fieno per leoni ed elefanti e biglietti da staccare al botteghino? No, non è questo il punto.

Il punto è che la Lazio stava facendo un campionato formidabile, con una squadra sulla carta non considerata ai blocchi di partenza al livello delle migliori eppure in uno stato di grazia rara, si stava giocando lo scudetto al punto in cui la Serie A si è interrotta, come unica avversaria per credito e per punti in cascina, della Juventus. Ma è insopportabile che a guidare la bussola delle uscite pubbliche del portavoce del presidente biancoceleste sia il risultato sportivo. Quello contro Rezza è solo l’ultimo grano di un rosario completo sgranato sul rintuzzamento di chiunque provi a introdurre nella discussione elementi che non abbiano come orizzonte l’assegnazione dello scudetto. Rezza è un infettivologo. Dipendesse da un infettivologo, qualunque infettivologo sulla faccia del pianeta, rimarrebbe tutto chiuso fino al primo vaccino brevettato. E’ il loro lavoro, tutelare la salute, sarebbe preoccupante sostenessero altro. Non a caso lo stesso Rezza ha poi aggiunto “la decisione sarà politica”. Diaconale ha fissato il dito mentre guardava la luna che sta precipitando sulla terra: “Se il nostro futuro è nelle mani di tecnici che invece di fare i tecnici fanno gli opinionisti manifestando le loro passioni siamo messi veramente male“. Come se Rezza avesse detto quello che ha detto perché “è romanista”, perché ha un interesse da tifoso a fermare tutto, e non perché uno dei tecnici del settore più stimati in Italia nel settore, che nella camera di compensazione delle decisioni mette del suo per quanto attiene le sue competenze. Ma davvero siamo disposti, qualunque sia la squadra del nostro cuore, a far scendere la discussione a tale livello?

Legittimo il dibattito – spesso sghembo a dire il vero – su come il pallone debba tutelarsi, tra introiti mancati, stipendi da pagare e patrimoni economici e tecnici da preservare. Stucchevole il pianto di chi ha messo su i paraocchi e vede come nemico alle porte, attaccandolo sguaiatamente, chiunque, per motivi empirici e di buon senso, discutibili o meno che siano, prospetti scenari in cui la Lazio non abbia la possibilità di giocarsi lo il campionato. Per cui finiamola qui. Cara Lazio, facciamo che lo scudetto lo avete vinto voi. Lo dico davvero, nessuna provocazione, ben fatto, complimenti. Perché là fuori la gente muore a decine di migliaia, il mondo è segregato in casa e di questo piagnisteo non se ne può veramente più. E al diavolo Rezza, l’Istituto superiore di sanità e tutti i medici e i virologi del mondo: grande festa al Circo Massimo e s’abbracciamo.


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