“Storia di un grande amore” – Le origini del tifo bianconero

di Silvia Sanmory |

Quando dici Juventus sei conosciuto da Helsinki a Melbourne, dal Canada al Pakistan. Ed è questa ‘identità’ che diventa biglietto da visita internazionale...”.

(Giovanni Arpino)

E’ il 15 marzo 1931.

In un gremitissimo Campo Testaccio va in scena Roma – Juventus, ventiduesimo turno di Campionato.

La Juventus è quella di Carlo Carcano che sta per vincere cinque scudetti di fila, in campo scendono Combi, Rosetta, Caligaris, Barale, Varglien, Vollono, Munerati, Cesarini, Vecchina, Ferrari, Orsi. Che però, inaspettatamente, soccombono agli avversari (“indemoniati” secondo le cronache del tempo), una partita dal risultato talmente eclatante, 5-0 a favore dei padroni di casa, da ispirare uno dei primi film ambientati nel mondo del calcio, “Cinque a zero” appunto, regia di Mario Bonnard.

Protagonista un calciatore “assenteista” distratto da una starlette ma è interessante la storia parallela, quella della moglie del presidente del club, refrattaria al calcio e ai suoi annessi e connessi, che diventa invece una fervente sostenitrice, una vera e propria tifosa ad hoc, parte attiva della mente collettiva che rende il calcio un soggetto vivo.

La storia del tifo, o meglio della “malattia del tifo che dura tutta la vita” per dirla alla Pasolini, è in parte la narrazione di un “incantamento” poetico (a volte imprevisto) tipico del resto anche del calcio; citando ancora Pasolini, “ogni gol è folgorazione, stupore, irreversibilità”, il pallone è poesia e sentimento.

È stato così per i pionieri del tifo bianconero, un centinaio in tutto e più che altro studenti, che hanno assistito alle prime prodezze della squadra  l’8 maggio del 1898, al velodromo intitolato ad Umberto I, adattato a stadio ante litteram, in un campionato di calcio agli esordi (quadrangolare in un’unica giornata). Probabilmente inconsapevoli che da li a qualche decennio la tifoseria bianconera, inizialmente limitata agli amici dei soci fondatori, a qualche intellettuale, a qualche membro della classe borghese ed industriale torinese, avrebbe invaso, letteralmente, il mondo, di pari passo al crescente numero di successi sportivi del club, diventando identità “universale” (il noto “esperando calcistico” di Giovanni Arpino).

Pochi anni dopo, siamo al 12 marzo del 1905, l’Italia ferroviaria ha visto il primo caso di treno speciale organizzato dai tifosi bianconeri in occasione dell’incontro di campionato tra Juve e Genoa in campo a Ponte Carrega; una sorta di prova generale degli spostamenti ben più consistenti degli anni ’80: ad esempio a Bruxelles contro l’Anderlecht nel 1981 e soprattutto nel 1984 con 50.000 sostenitori bianconeri allo stadio di Basilea per la finale di Coppa delle Coppe contro il Porto.

Il quotidiano “La Stampa” a proposito di questa trasferta di massa il giorno dopo scriverà: “Alla quinta finale di Coppa delle Coppe era come se il Comunale si fosse trasferito in questo angolo di Svizzera, come a Belgrado nel 1973 e ad Atene nel 1983. Nessuno in Europa ha tanti fans come la Juventus. Tifosi che hanno fatto non pochi sacrifici per arrivare a Basilea“.

A fare da collante e soprattutto da strumento divulgativo in un’epoca lontana dalla cultura di massa è stato il periodico “Hurrà”, annuario calcistico nato nel 1915 (rifondano nel 1963 come “Hurrà Juventus”, chiuso nel 2015) che ha raggiunto  anche i soci e i tifosi bianconeri nelle trincee della Prima Guerra Mondiale. Il 26 dicembre 1915 sulla neonata rivista sarà pubblicata la memoria autografa di Enrico Canfari, uno dei fondatori della società bianconera, scritta l’anno precedente, caduto insieme a Giuseppe Hess e molti altri componenti della Juventus tre giorni prima nella terza battaglia dell’Isonzo; un testo che vale la pena ricordare sia  l’unica testimonianza scritta delle origini juventine.

Su “Hurrà” ci scriveva  il grande scrittore piemontese Mario Soldati, tratteggiando la sua visione intellettuale del calcio, lui che diceva “quando vince la Juve, vince la storia”; ci scriveva il giornalista palermitano Vladimiro Caminiti che con arguzia descriveva l’eroe bianconero del mese; ci collaboravano studenti universitari con rubriche di letteratura, cinema, musica, cercando nelle arti legami con la Madama; sulle pagine spedite per il mondo oltre un secolo di curiosità sulle riserve, approfondimenti sui titolari, spazio ai tifosi ai quali rispondeva Giglio Panza. Una rivista democratica anche se si guarda alle copertine: Platini ne ha avute lo stesso numero di Vignola, per dire.

A proposito di Platini, sulla rivista che ha custodito e tramandato un secolo di fotografie una in particolare è degna di nota, lo scatto simbolo dello storico fotografo della Juventus Salvatore Giglio che nel 1985 immortala “Le Roi” sdraiato sul manto dello stadio Nazionale di Tokyo, dopo il suo gol annullato nel giorno della vittoria della Juventus nell’Intercontinentale.

Tra i tifosi basiti ed increduli, i più “tecnologici”, che quella partita l’avevano registrata su Vhs, mi hanno raccontato di essere rimasti imbambolati davanti allo schermo a guardare in loop quella rete annullata ingiustamente e di aver dato sfogo alla delusione nei social del tempo, i bar, che trasformavano il calcio in racconto perenne e collettivo, a tratti mitologico, tra il caffè della mattina e l’aperitivo della sera.

La storia del tifo bianconero degli esordi è legata alla storia del nostro Paese.

Negli anni ’30, merito dei tanti emigranti italiani che fondarono club e società sportive dedicate alla Juventus in America, in Australia e in altre parti del mondo, la squadra diventa il primo club italiano ad avere una tifoseria a livello internazionale, che va ben oltre il campanilismo iniziale; è una tifoseria che ha radici nel progresso industriale ed è inclusiva; con i flussi migratori interni degli anni Cinquanta costituiti dai tanti lavoratori provenienti dal Sud e dal Mezzogiorno per rispondere al “reclutamento” della Fiat, il rito della domenica allo stadio diventa uno strumento di integrazione sociale, lo spirito del lavoratore immigrato piemontese che nel tifo è “gruppo” ma non “sistema” (come invece accadrà dopo), mescolanza dialettale negli incitamenti ai calciatori e negli sfottò, il portavivande con l’insalata russa e quello con la caponata di melanzane.

Pura poesia, in fondo.

Alla fine del 1960 si costituiranno i primi gruppi del tifo organizzato, quasi tutti di tendenza ultrà, il ritrovo in Curva Sud allo Stadio Comunale uno stile di vita. Ma questa è storia recente, arrivata sino agli anni che viviamo, dove a volte a malincuore bisogna ammettere che il clima è meno caldo di un tempo e con qualche silenzio di troppo.

C’è un’immagine recente che trovo significativa, se penso al tifo come unione piuttosto che come divisione; quella relativa alla Curva Sud che in occasione di Juve- Napoli del marzo del 2015 espone tutti i nomi dei trentanove morti dell’Heysel, fotografia che rappresenta il tifo che fa “gruppo” e accantona il “sistema”.

Oggi la Juventus è seguita da quasi 40 milioni di supporter su Facebook, quasi 8 su Twitter, 31,8 su Instagram; è notizia di questi giorni che sia il terzo club più seguito al mondo dopo il Barcellona e il Real Madrid.

Ne ha fatta di strada la Vecchia Signora da quando Enrico e gli altri studenti del  Liceo “Massimo d’Azeglio” erano andati a quella prima partita con il libro di Petrarca sottobraccio e le tasche piene di ideali cercando di convincersi che  “Chi indossa la nostra divisa le rimarrà fedele sempre”.