Stavolta sì, è tempo di querele

di Sandro Scarpa |

Il Presidente della Juventus, Andrea Agnelli, ha iniziato così il suo discorso all’assemblea degli azionisti:

Una trasmissione TV ha riportato fatti acclarati in ogni sede. La Juve è stata sanzionata dalla giustizia sportiva per:
1: Aver venduto biglietti in numero superiore rispetto a quanto previsto dalla legge Pisanu
2: Il nostro security manager, D’Angelo avrebbe favorito ingresso di materiale non autorizzato.

La Juve rispetta le procedure previste, non si può permettere che la nostra società sia associata al bagarinaggio e D’Angelo non ha favorito l’ingresso di striscioni “canaglia”, come già li avevo definiti.

Lo prova la sentenza della Corte Federale d’Appello e gli autori di quello striscione furono consegnati alla giustizia e sono rei confessi. Ogni altra affermazione è falsa e sarebbe ora che chi si esprime su questi fatti tenesse conto delle sentenze.

 

Poi Agnelli nel solito lungimirante e illuminato discorso ha parlato di futuro, sfide, opportunità, riorganizzazione, sistema calcio italiano ed europeo, piattaforme digitali e obiettivo 2024.

Le reazioni si sono soffermate solo sul passaggio delle “sentenze” e Report ha ribadito la propria tesi:

A quel punto Agnelli è ritornato sui due temi.

Sugli striscioni ha letto il verbale di uno dei 3 ultrà daspati, che confessa di aver introdotto uno dei due striscioni su Superga nel settore Drughi. Agnelli ha segnalato che l’altro striscione era in un altro settore, non in relazione quindi col dialogo tra D’Angelo e Bucci (all’epoca referente dei Drughi).

Sulle sentenze ha ricordato che la Juve ha rispettato quelle di Calciopoli, disputando e vincendo la B e che nello Stadium, “in casa propria“, è invece libero di esporre i “quadri che preferisce“.

Agnelli ha poi aggiunto, su un altro tema: “In un mondo molto vocale trovo che il silenzio sia molto più forte e le poche parole che vengono spese devono avere grande determinazione e grande peso”.

 

Il silenzio è molto più forte e le parole devono avere grande peso.

 

Cosa accadrà ora? Report ribadirà la propria posizione, contro ogni prova. Non con atti ufficiali ma con “testimonianze” (parola usata da Ranucci) e, visto che non ci sono testimonianze di Juve o Polizie, né altre dei legali di Bucci, appare ovvio che tali nuove testimonianze siano quelle di altri ultrà.

Cosa accadrà poi? Media e opinione pubblica continueranno a dipingere uno scambio di opinioni: Report dice, la Juve risponde, Report controbatte e via così. Nessuno si atterrà a prove ed evidenze ma sarà una diatriba su un fatto marginale (ma di enorme impatto) all’interno di una vicenda che dovrebbe porre interrogativi più seri: Qual è il ruolo di Polizia e Questura nel rapporto tra ultrà e club? Quali sono gli strumenti per non cedere ai ricatti degli ultrà sia in termini di multe (la responsabilità oggettiva) che di incolumità degli altri spettatori?

Le parole di Agnelli, con prove alla mano, non avranno l’effetto sperato.

 

Si continuerà il chiacchiericcio e lo schierarsi di qua e di là, in base a ipotesi e deduzioni. Anzi, la solita fazione antiJuve ironizza sul “rispetto delle sentenze” e condanna Agnelli per non essersi scusato, ma aver solo negato coinvolgimenti.

Non sono interventista. La Juve fa sempre BENISSIMO a non intervenire, né legalmente, né con dichiarazioni in risposta alle continue “molestie” su media e social, alle falsità, illazioni, accuse infamanti di giornalisti, opinionisti, soubrette, nani e ballerine. Fa bene la Juve a non considerarle meritevoli di intervento. Porterebbe solo ad elevare l’interlocutore al suo pari (e abbassare la Juve a livelli miseri).

Fa benissimo altrettanto la Juve a non rispondere ad altri giocatori, allenatori, dirigenti e presidenti che alludono, agitano sospetti e fomentano un odio sportivo senza pari. Inutile ribattere a chiacchiere vacue.

Adesso e per una volta, no! Qui non è il Pistocchi o Ziliani di turno, è la Rai, è Report, programma giornalistico che gode comunque di una certa credibilità. Qui non ci sono sospetti arbitrali o di Palazzo, ma l’accusa specifica di aver introdotto consapevolmente uno striscione tra i più vergognosi di sempre.

Può sembrare banale nel quadro dei rapporti con la criminalità imbastito da Report che se l’è “cavata”, agitando sospetti e poi sottolineando come “la Juve abbia resistito a tentativi di infiltrazione mafiosa perché ha gli anticorpi“, ma non lo è vista la reazione mediatica.

 

Per una sola volta, viste prove inequivocabili
la Juve deve tutelarsi nelle sedi opportune.

 

Il fatto che Agnelli abbia iniziato in quel modo l’Assemblea, momento annuale importante di riflessione per il club, non è marginale. Ma, a quelle frasi, va necessariamente fatta seguire una tutela legale.

Loro dicono una cosa, io dico che è FALSA, loro rispondono che non è così. A quel punto una società sportiva top al mondo e un Presidente che viene dalla principale famiglia italiana, non risponde più: decide un tribunale. Non i “giornalisti” che faranno gossip, teatrini e caciare, seguendo il ping pong; non l’opinione pubblica schierata secondo i colori tifati: decide un tribunale, carte alla mano.

Il contesto è delicato (serio e imbarazzante per la società) e si è già passati sotto gogna mediatica con intercettazioni pubblicate, interrogatori, convocazioni in Commissione Antimafia e processo sportivo. Ora, caso unico, per gli stessi fatti esposti, acclarati e giudicati, a distanza di 18 mesi c’è una nuova gogna pubblica, focalizzata soprattutto su una ricostruzione che Agnelli definisce “FALSA”.

La Juve è impegnata faticosamente (senza supporto di FIGC ed autorità e senza riconoscimenti) a liberarsi da cattive pratiche col tifo organizzato, e questa vicenda sarà -da noi- ricordate come momento salutare di rottura netta con soggetti e prassi che hanno nuociuto alla società e al tifo sano.

Per questo, se arriva un attacco (più o meno interessato, non conta) giornalistico in cui si rispolverano vicende vecchie e si amplifica l’effetto mediatico già subito a inizio 2017, con ricostruzioni ed asserzioni FALSE, la Juve non può limitarsi a rispondere a parole ma, per una volta, deve difendere la verità in Tribunale.