Stavo meglio a Berlino

di Massimo Zampini |

Il problema è piuttosto antico, me ne rendo conto. Non sono proprio il primo, nella storia dell’umanità, a chiedersi se sia più opportuno raccontare le proprie sensazioni o prediligere una spiegazione razionale degli eventi.

Le sensazioni, per definizione, non si governano.

Puoi perdere, guardandola allo stadio, una finale di Champions, e uscire fiero e sereno, come dopo un esame svolto come si deve, all’altezza delle proprie possibilità, e proseguire la serata rimpinzandoti allegramente con amici in un ristorante indiano di Berlino, alle 2 di notte, contornato da maglie blaugrana in festa.

Perché poi uno debba trascorrere l’unica notte a Berlino in un ristorante indiano, potrei anche spiegarlo, ma è un discorso complicato e dubito interesserebbe particolarmente chi legge.

Il punto è la serenità, l’orgoglio, il pensiero ai sorteggi dell’anno seguente, e poi certo, aiuta anche il pollo tandoori che era anche piuttosto buono. Eppure ho appena perso la finale di Champions, dodici anni dopo l’ultima, nove dopo Calciopoli, quando il mondo pensava (e molti speravano) che forse non ci saremmo tornati mai più. E chissà quando ci capiterà più. Ma sono sereno.

C’entra anche la razionalità, certo, perché scavando bene c’è sempre un nesso, tra questa e le sensazioni: partiti a luglio con l’idea di non vincere nulla, ci siamo trovati a inizio giugno a Berlino a giocarci il grande slam con una delle squadre più forti di tutti i tempi. La partita è stata all’altezza, per un po’ ci abbiamo legittimamente sperato, eppure quei mostri alla fine hanno vinto con merito. Che motivi ci sarebbero, per non essere fieri e soddisfatti di avere fatto del proprio meglio, e forse anche di più?

Bene, bel discorsetto. E quindi? Te la cavi così, dopo aver perso a Siviglia, con la tiritera che mesi fa eri in finale, orgoglioso, riconoscente, blablabla?

No, al contrario, e non ho timori a scriverlo: il dopo Siviglia è stato molto peggio del dopo Berlino.

E non solo perché avevo già mangiato, e quindi non vi era neanche un pollo tandoori a consolarmi. E’ stata una sorta di post neve di Istanbul, con la sensazione di avere buttato un’occasione, il rimpianto per come si è perso, contro una squadra meno forte di noi, l’amarezza per le occasioni sbagliate, il Borussia che ci tradisce sul più bello, quell’urlo strozzato in gola al novantunesimo, che il portiere ancora non ha idea di come mai si sia ripartiti con un calcio d’angolo per noi e non abbiano invece battuto da centrocampo i suoi compagni sull’uno a uno.

Brutte sensazioni, inutile nasconderlo, condivise da tanti compagni di tifo, infuriati chi con Morata, chi con Allegri, chi con Pogba, chi con la sfortuna, chi con l’urna che sicuramente ci consegnerà Bayern o Barcellona.

Va bene, lo so, forse dovremmo essere razionali, e ricordare che ieri ci giocavamo – in un campo difficile – solo il primo o il secondo posto.

Che se ad agosto mi avessero detto “vi segnerà Llorente il gol decisivo a Siviglia all’ultima partita” non avrei avuto alcun dubbio circa l’effettivo avveramento della profezia (ne eravamo certi sin dal momenti del sorteggio), ma sarei stato positivamente sconvolto del fatto che quel “decisivo” non fosse riferito alla qualificazione, maturata senza alcun problema con cospicuo anticipo, per di più in un girone del genere.

Che la Juve ha giocato piuttosto bene, con dei passaggi a vuoto, ma giocandosela con autorità, rischiando qualcosa ma producendo diversi occasioni da gol, salvataggi miracolosi, palle fuori di un soffio e una traversa.

Che la traversa l’ha presa un ragazzino di 22 anni, il quale vede la partita sfuggire di mano e allora chiede palla lui, da lontano, e tira due saette a pochi centimetri dal primo posto, dopo aver fornito un assist di testa da rifinitore maturo e altruista.

Che Morata è fortissimo, ci ha già portati in finale pochi mesi fa, e oggi lagnatevi pure, ma magari non esistesse alcun diritto di recompra.

Che ai sorteggi pescheremo sicuramente Bayern o Barcellona, ma con altre quattro ce la giocheremmo alla pari, e col Real partiremmo chiaramente sfavoriti ma non battuti.

Che insomma, firmerei ora per viverne altre mille, di partite finali del girone in cui godersi esclusivamente la lotta per il primato, lasciando i problemi di qualificazione alle altre italiane, in gironi nettamente più abbordabili.

Ma le sensazioni sono sensazioni, e oggi prevalgono quelle.

E un ristorante indiano a Milano che sia aperto di notte il 28 maggio 2016, oggi, non ho nessuna voglia di cercarlo.