Tanti Auguri Stadium: vogliamo tornare da te!

di Annalisa Scassandra |

Benvenuti a casa. Sappiamo gioire, sappiamo soffrire, sappiamo stringere i denti. Noi siamo la gente della Juve.”

8 settembre 2011, la Juventus torna a casa. Ad accoglierla è Andrea Agnelli, visionario, folle, innamorato. Ha plasmato un sogno e gli ha alitato sopra un soffio vitale vincente.

La Juve e i suoi tifosi sono tornati ad abbracciarsi nella loro casa, sono tornati a vincere. Insieme, in un binomio che fino a qualche mese fa sembrava inscindibile, l’essenza stessa dello spettacolo del pallone, la sacra rappresentazione che abbisogna del suo pubblico per ricreare quella osmosi che Pasolini paragonò alle rappresentazioni teatrali dell’antica Grecia e che sta tutta nell’attimo che segue il gol: il boato, il calore dell’abbraccio tra tifosi a replicare quello tra i calciatori in campo.

8 Marzo 2020. Juventus- Inter. L’invincibile normalità di qualche settimana prima ha lasciato il posto a spalti deserti, a silenzi irreali di gradinate vuote, lo Stadium, un enorme recinto futurista, racchiude solo ventidue uomini in mutande che corrono dietro a un pallone. Ogni tanto grida indistinte, qualche ben distinto bestemmione si perdono tra la lunga teoria di sediolini vuoti e, lontanandosi, muoiono a poco a poco. L’esultanza per il gol di Dybala è chiusa nelle case assieme agli italiani, inonda le pagine dei social e per un attimo sembra di riacciuffare quell’antica normalità: il pallone scalda brevi tempore un paese ferito, ma è un calore dimidiato, privo di quella fisicità di suoni e odori che si mescola all’odore dell’erba del campo.

Giugno-Luglio 2020. Riparte il campionato, ancora una volta rincorrere la normalità si rivela un’illusione: tra i sediolini vuoti le volute di fumo della sigaretta di Sarri si disperdono surreali sul volto accigliato del mister. La Juve vince il nono scudetto consecutivo: la premiazione, la festa, i fuochi e i giochi di luce. Lo Stadium, la casa della Juve e degli juventini è una casa vuota: nel suo silenzio va in scena l’ultimo atto di quella sacra rappresentazione che celebra la divinità del calcio, ma senza fedeli, senza quell’osmosi sympatica tra il rito e la folla, senza catarsi.

Il mese di settembre con l’aumento dei contagi vanifica la speranza del ritorno, il nuovo Dpcm stabilisce la chiusura degli stadi fino al 30 settembre: la casa della Juve e degli juventini resterà ancora chiusa. Ancora niente cori, niente boati, niente abbracci a scandire i gol, le prodezze, le emozioni.

Le difficoltà logistiche, l’impossibilità di garantire il distanziamento fuori e dentro lo stadio raffreddano le speranze cullate in questi mesi quando sembrava che il virus potesse diventare un ricordo, per poi tornare a sbatterci in faccia l’evidenza.

Lo Stadium, la nostra casa, ci manca.

E come Ulisse seduto sulla spiaggia dell’isola di Ogigia, vagheggiamo il ritorno guardando l’immensità del mare. Ma come Ulisse sappiamo aspettare, le parole di Andrea Agnelli, oggi come nove anni fa ci vengono in soccorso: “Quando entreremo qui a casa nostra sapremo guardarci negli occhi e i nostri sguardi incroceranno quelli dei nostri ragazzi. Abbiamo la nostra casa (…) e saremo sempre uniti e pronti a gridare assieme FINO ALLA FINE!”.

Ritorneremo a casa, e quando si apriranno le porte e il profumo dell’erba ci inonderà i polmoni, allora torneremo a sentirci stretti nel calore del bianco che abbraccia il nero.