Sporting-Juve 1-1: amaro in gola

di Davide Rovati |

Strano destino, quello della Juve di ottobre sotto la gestione di Massimiliano Allegri. Anche nell’ultima occasione del 2017, quella che poteva forse ribaltare per la prima volta il giudizio complessivo su questo mese sempre altalenante, il tifoso chiude con l’amaro in bocca.

E dire che, guardando le classifiche, non ci sarebbe molto da preoccuparsi: il pareggio di stasera di fatto certifica che la qualificazione è tutta nelle nostre mani e che servirebbe un suicidio sportivo per retrocedere in Europa League. Eppure è il “come” a rimanere impresso, e neppure l’onda emotiva di una partita ripresa per i capelli può lenire la delusione di chi guarda le partite con genuina passione e non riconosce la medesima passione nell’atteggiamento di chi difende l’amato vessillo sul terreno di gioco.

Passione in questi casi vuol dire soprattutto ritmo, quello che la Juve ha provato ad alzare – una volta tanto – al rientro dagli spogliatoi dopo un primo tempo davvero povero. Alzi la mano chi al 55esimo, dopo il terzo intercetto consecutivo di Pjanic nella metacampo offensiva, non ha pensato: “questi sono scoppiati, forse la portiamo addirittura a casa”. E invece la Juve dell’amaro in bocca non ha nemmeno saputo fare ciò che le riusciva benissimo da febbraio a maggio, cioè sentire l’odore del sangue e colpire. Ha perso l’attimo e dato speranza all’avversario, che si è riorganizzato per difendere meglio. Colpa soprattutto di Juan Cuadrado, che, pescato alto in isolamento, ha sbagliato tre volte di fila la rifinitura, per poi ritrovarsi venti minuti dopo, con la più classica delle altalene cuadradiane, nell’insospettabile veste di assistman partendo da terzino (e con un passaggio da trequartista).

È stata la Juve dell’amaro in bocca anche per via di alcuni giocatori che, in quest’undici ormai prototipico, si sentono di avere il posto assicurato. Partendo dalla tragicomica catena di sinistra Alex Sandro – Mandzukic, per i quali vale comunque la pena precisare che il primo se l’è vista, spesso da solo, contro Gelson Martins e il secondo ha fatto fare un figurone a Ristovski, meteora dell’ultimo Parma pre-fallimento.

A proposito del croato, indiscutibile e solitamente indiscusso, non ricordo molti altri casi nella storia della Juve di un giocatore che viene espulso per una negligenza comportamentale, gioca 90 minuti nella partita successiva alla squalifica, risultando fra i peggiori, e comunque gioca 90 minuti anche in quella dopo, forse la trasferta più delicata dell’anno. E ancora, si confronti l’utilizzo di Khedira al rientro dagli infortuni con quello di Marchisio nelle medesime condizioni. Guerra ai senatori? No, ma un po’ di “pepe” non guasterebbe, e il turnover contro la SPAL (o il Benevento, scommetto) non scalfisce le certezze di nessuno, semmai le cementa.

È stata una serata da amaro in bocca anche per chi si auspicava una Juve in formato San Siro, attenta in difesa e chirurgica nella produzione offensiva. La squadra ha provato a scendere in campo per gestire i ritmi col palleggio, dimostrandosi una volta di più inadeguata al compito a causa di una serie infinita di errori tecnici e tattici sul buon pressing a folate avversario. Il piano gara era forse quello di spostare la difesa con la circolazione del pallone per trovare gli avversari scoperti sul lato debole, ma il blocco basso di Jesus non ha corso rischi finché Pjanic non è salito di tono e di metri. Ad Allegri quindi il compito di spiegare come sia possibile (o meglio, desiderabile) ridurre ulteriormente la velocità della palla, che anzi sembra aumentare solo quando entrano in campo Douglas Costa, Matuidi e Bernardeschi.

A proposito: dopo il gol del pareggio solo i nuovi entrati sembravano avere le energie e l’entusiasmo per cercare il gol che ci avrebbe dato la qualificazione aritmetica. Un atteggiamento rispecchiato alla perfezione nei due palloni smistati sulla corsa da Bernardeschi, con Mandzukic piantato ad attenderli sui piedi. Perché, riprendendo il discorso iniziale, è il “come” a rimanere impresso, e il valore emotivo di una rimonta è smorzato se dopo il pareggio dai la sensazione di accontentarti.

Insomma, il tifoso deluso ha ragione? Se non altro si può consolare con questo pensiero: nel 2015 e nel 2016 a ottobre eravamo messi molto, molto peggio. In entrambi i casi servì poi una svolta radicale per trasformare la stagione. Non so se ce ne sarà bisogno anche quest’anno, ma la mia sensazione è che le gerarchie e gli equilibri a cui Allegri si sta affidando andranno man mano corretti se, da febbraio in poi, si vorrà puntare ai posti che ci competono.

 

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