Gruppo di sostegno per ansia da finale Juve

di Juventibus |

 

 di Leo Labita (@LeoLab81)

Ciao a tutti, mi chiamo Leonardo, sono 21 anni che non vinco una coppa dei campioni.  L’ho vinta alla mia prima partecipazione, per poi perderla quattro volte di seguito”.

Ciao Leonardo” rispose l’intero gruppo di persone sedutemi accanto che formava il cerchio del quale facevo parte, accompagnando il saluto con un intenso e commosso applauso.

 

Non so dirvi come è finito il sogno, spesso mi capita di non ricordarne la fine, di sicuro però posso immaginare quale sia stata la matrice bizzarra di tutto questo.

Colpa di una serie TV comica che seguo da qualche anno con mia moglie, nella quale le protagoniste, una mamma e una figlia sui generis, sono alle prese con gli incontri giornalieri del gruppo degli alcolisti anonimi del quale fanno parte.

Il classico esempio di un gruppo di sostegno.

Così, mentre mi facevo due risate e tenevo d’occhio il mio smartphone, per osservare post e tweet di “matrice bianconera” e leggere i messaggi dei gruppi whatsapp, mi veniva in mentre questa tragicomica scena.

Diciamoci la verità, facciamo tutti parte di almeno un gruppo social che ha a che fare con la Juve.

Riflettete un attimo sulla natura dei messaggi che ci scambiamo a pochi giorni dall’appuntamento dell’anno (volevo scrivere della vita, ma non voglio mettervi pressione…).

Ci sono quelli di “sostegno” da far invidia ai messaggi che puoi trovare nei Baci Perugina, quelli “motivazionali” degni di Al Pacino in stile “Ogni maledetta domenica”, senza dimenticare quelli “disfattisti” che si alternano a quelli carichi di ottimismo.

Già perché all’interno della chat si possono alternare sbalzi e stati di umore da far invidia a cicli mestruali e gravidanze.

Contorti disegni del fato ai quali aggrapparsi, che contrastano con numeri e statistiche impietosi, in una sorta di montagne russe dell’esaltazione e depressione.

 

Non ce ne vogliano i bianconeri sopra i quaranta, tanto meno quelli della terza età e nemmeno i duemila, ma per noi nati intorno all’inizio degli ottanta, l’attesa della finale della Champions è diventata qualcosa di patologico, capace di provocare alterazioni funzionali nell’organismo.

Pensateci un po’, per noi che abbiamo iniziato a tifare la Juve negli anni di Maifredi e dell’ultimo Trapattoni, la Champions 1995-96 ha rappresentato il debutto per quella coppa che, aldilà della sfortunata parentesi blucerchiata, aveva avuto per noi l’invidioso sapore di un monopolio rossonero.

Un debutto da sogno, vittoria al primo tentativo, una strada in discesa per una coppa che già dopo dodici mesi si ripresentava per essere riassaporata.

Tutto inizia (o per meglio dire finisce…) proprio in quel funesto Borussia-Juve del 1997.

E’ una di quelle sliding doors che capiremo soltanto dopo, è il momento esatto nel quale nell’attesa di una finale di Champions, entrerà in maniera prepotente una paura diversa da quella che umanamente accompagna una partita che vale un trofeo o una stagione, una tensione difficile da spiegare, ma sopratutto da gestire.

Come un incantesimo che di colpo rimuove quella sana ebrezza di timore che rende inconsciamente ancora più bella l’attesa stessa.

Riconosco di avere serie difficoltà nella gestione di quest’attesa, ricordo che subito dopo la delusione di Berlino, riflettevo su come dinanzi ad una prossima eventuale finale di Champions raggiunta, a incutermi una particolare angoscia era proprio pensare che avrei dovuto rivivere nuovamente una trentina di giorni circa, in compagnia dei fantasmi di MonacoAmsterdamManchester e appunto Berlino, compagni di viaggio non graditi ma sempre presenti in queste occasioni.

Non pensavo francamente che ci sarebbe voluto così poco tempo, chissà forse è meglio.

Chissà perché la vivo così, magari se avessi la certezza che la mia squadra esprime il gioco più bello d’Europa mi sentirei più sicuro.

 

Forse mi ci vorrebbe un amico per poterla dimenticare (come cantava Venditti), magari residente in America e senza connessione internet, al quale raccontare le partite della Juve.

O forse basterebbe sentire, toccare con la mano la potenza economica del mia società capace se solo non esistesse il fair play finanziario, di comprare in un paio d’ore Messi e Ronaldo.

Chissà, forse basterebbe la consapevolezza di avere i migliori talenti italiani in rosa e un irrefrenabile entusiasmo capace di far volare in alto il mio allenatore come fosse un aeroplanino.

Chissà, magari potrei godere lo stesso nell’arrivare secondo e puntare dritti al prossimo anno, e se non andasse bene ci sarebbe comunque sempre un altro “anno prossimo”.

Chissà, nel frattempo in una delle mie “chat bianconere” mi è arrivato un link intitolato: “Quanto manca a Juve Real Madrid”.

Se si ci clicca sopra compare il countdown esatto dei giorni, ore, minuti e secondi.

Ho promesso di non andarlo a guardare più…non ci riesco.

 

Ciao a tutti mi chiamo Leonardo, sono 21 anni che non vinco una Coppa dei Campioni” e ho talmente tanta voglia di vincerla che non saprei neanche a cosa rinuncerei per vedere Buffon alzarla al cielo di Cardiff.

Ciao a tutti mi chiamo Leonardo, sono 21 anni che non vinco una Coppa dei Campioni” e pur essendo un trentacinquenne sposato e genitore di due bambine, sono convinto che piangerei come un bimbo per la gioia, più di quanto feci all’età di quindici anni.

Ciao a tutti mi chiamo Leonardo, sono 21 anni che non vinco una Coppa dei Campioni” e il mio corpo, la mia mente, il mio fisico non è predisposto per vivere un’altra funesta finale.

Ciao a tutti, mi chiamo Leonardo, sono 21 anni che non vinco una Coppa dei Campioni. L’ho vinta alla mia prima partecipazione, per poi perderla quattro volte di seguito”.

Ciao Leonardo”

era Gigi Buffon, che teneva tra le sue grandi mani, la più bella delle coppe arricchita da una sciarpa bianconera a lei attorcigliata.

 

Vi prego fate piano…non mi svegliate.

 

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