L’unica soluzione possibile e inimmaginabile

di Nino Flash |

Sabato 27 giugno si giocherà la finale di Champions 2019/20. Così dice l’Uefa forse un po’ troppo ottimisticamente, stante l’emergenza sanitaria che sta attraversando tutto il vecchio continente e non solo.

Qui in Italia la situazione è ogni giorno più drammatica, non v’è accenno di sosta, non c’è curva che scenda. E se prima gli altri paesi europei ci guardavano più con curiosità che con preoccupazione, ora anche loro stanno velocemente correndo ai ripari, ognuno con la propria ricetta. Non solo le grandi nazioni. Hanno infatti superato i 1000 tamponi positivi anche Portogallo, Norvegia, Danimarca e Svezia, oltre a Belgio, Austria e Olanda (questi già sopra i 2.000). E, Italia a parte, sembra solo un inizio.

Molti guardano all’esperienza cinese come esempio cui fare riferimento per la ripresa economica e sociale. Ma i fatti dicono che tutt’ora in Cina si procede con molta cautela, tanto che il calcio non dovrebbe riprendere prima del 18 aprile. E lì l’epidemia iniziò a diffondersi a dicembre. Da allora sono passati quasi tre mesi, durante i quali il governo di Pechino ha utilizzato un approccio che non è paragonabile a quello dei governi d’occidente, più restii limitare le libertà individuali.

Quale sarà dunque lo scenario in Europa nel mese di giugno, che vedrebbe il ritorno (a porte chiuse, crediamo) della massima competizione europea? Nessuno può rispondere a questa domanda con cognizione di causa. Noi da cittadini barricati in casa da giorni/settimane possiamo osservare quello che succede e vivere di impressioni. E l’impressione è che nel mese di giugno il coronavirus non sarà scomparso, né in Europa né altrove. Probabilmente avremo molti stati europei che applicheranno la quarantena a chi proviene dall’estero, come oggi sta facendo la Cina (e l’Italia): 14 giorni di isolamento controllato per chiunque, prima di mettere piede nelle nostre città, che staranno auspicabilmente tornando a una certa normalità.

Allora come fare a conciliare l’esigenza dei club di spostarsi a giocare in altri paesi in tempi rapidi di andata e ritorno, con le leggi vigenti – in materia di tutela pubblica della salute e di mobilità dei cittadini – che potrebbero imporre loro uno stop di 14 giorni per ogni confine varcato?

Già qui la Uefa troverebbe un bell’ostacolo, ma volendo proseguire ugualmente potrebbe decidere di radunare tutte le 12 contendenti rimaste in gioco in una nazione che fungerebbe da campo neutro e neutralizzato, evitando in questo modo viaggi e quarantene obbligate.

Razionalmente, se si può parlare di razionalità, dovrebbe scegliere un territorio meno contaminato, che ha superato da più tempo le criticità dell’emergenza. In questo senso l’Italia, essendo stata la prima nazione europea ad affrontare i grandi numeri del coronavirus, potrebbe essere la candidata ideale. Ma in Italia, dove? Se l’Uefa volesse avere la certezza che nessun giocatore diventi positivo anche dopo la quarantena, dovrebbe costringere le 12 squadre a un lungo ritiro forzato e blindato in un grande centro sportivo con molti alloggi e campi da gioco, tali da consentire una turnazione quotidiana degli allenamenti stile prenotazioni del calcetto del sabato pomeriggio. Tre settimane tipo villaggio olimpico, tuttavia con servizi mensa uguali per tutti e sale di svago serale solo previa prenotazione. Senza i lussi degli alberghi a cinque stelle ai quali sono abituati.

La follia potrebbe proseguire scegliendo Torino come città ospitante, che ha due stadi omologati e vari centri sportivi. Anzi, perché no, tutti alla Continassa! Tutti i club – a delegazione rigorosamente ridotta – al J|Hotel! Con late checkout ogni 3 giorni per chi perde l’eliminatoria.

La potrebbero perfino ribattezzare l’Olimpiade Champions Torino2020.

Ecco, questo sembra l’unico scenario plausibile per terminare questa Champions League monca del tratto finale e più entusiasmante.

Ma di plausibile non ha nulla, se non l’ostinazione della Uefa a voler incamerare il malloppo ad ogni costo.

Presto però anche dalle parti di Nyon si dovranno rendere conto che stiamo tutti vivendo una realtà in cui i diritti-tv valgono zero di fronte ai diritti-di-vita.


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