La solitudine di un uomo al comando

di Gianluca Garro |

Quanto è difficile il day after di una sconfitta nella partita più importante della stagione? Quelle sconfitte che adesso ormai “di Juve se ne parla a settembre”? Tantissimo. Ma tra le cose peggiori che capita di leggere sui giornali e di rimando sui social network, è l’italianissimo cambio di bandiera repentino dopo eventi negativi. Da parte di giornalisti, sedicenti tali, commentatori, tifosi. Ieri sera ne ha fatte le spese Andrea Agnelli.

Il giovane presidente bianconero in realtà è abituato a ben altro. Lodi sperticate e manifestazioni di consenso che sfociano quasi nell’adulazione nei giorni delle vittorie. Accuse di ipocrisia, di dabennaggine, di ignoranza ieri sera. Addirittura astio in quei tifosi specializzati nel tiro all’allenatore, che odiano Allegri, e ogni volta che la Juve perde sotto sotto ci provan gusto.

Oggi Andrea Agnelli è un uomo solo. Al comando. Ma solo. Questa condizione di solitudine la si può interpretare in due sensi diametralmente opposti.

Il primo tipo di solitudine è quella che attanaglia chi ha il compito fatto di onori e oneri di guidare un’azienda, ma anche più in piccolo un gruppo di lavoro o una squadra sportiva ecc. Perché questo è il momento delle scelte dopo che la programmazione e poi l’esecuzione di quei programmi hanno portato ad un risultato. Ora Andrea, che riceverà pressioni da tutte le parti, dovrà imboccare una strada che potrà essere quella della continuità o della rottura dello schema portato avanti in questi anni seppur solo nella guida tecnica della prima squadra.

Sarà solo perché se anche i suggerimenti pioveranno come grandine sarà lui e solo lui a dire l’ultima parola.

Qui qualcuno storcerà il naso perché dietro Andrea c’è una famiglia e soprattutto il cugino Jaki che ne condivide la scelte. Si può però affermare senza tema di smentita che Andrea, cresciuto all’ombra del padre, dello zio e della Triade degli anni 90-2000 abbia ormai raggiunto un’indipendenza tale da meritarsi con il suo staff il ruolo di decisore assoluto delle scelte tecniche della Società bianconera.

Come abbiamo più volte scritto qui su Juventibus, le attività di un top club mondiale come la Juventus non si esauriscono sul campo di gioco, neanche nell’ultima mezz’ora di quarto di finale di Champions. E in tutto ciò che non è guida tecnica o che non è assortimento di calciatori la Juve può e deve continuare a portare avanti i programmi che si è posta con la squadra estesa del management.

La scelta da fare sarà più che altro tecnica e di filosofia del gioco diremmo. Si continuerà con Allegri come ha accennato ieri AA? Può darsi. Ma si potrebbero portare avanti mille suggestioni: da Guardiola a Deschamps, da Klopp a Conte fino alla “pazzia” Ten Hag, come fece Berlusconi con Sacchi nel 1986 dopo che il suo Milan perse contro il Parma del vate di Fusignano. Bisognerà anche guardare al mercato per ringiovanire finalmente la rosa dei bianconeri con giovani di livello europeo (si parla di Federico Chiesa, di Joao Felix, De Ligt rimarrà solo un sogno?) e magari gente come Pogba per aumentare a dismisura il valore del centrocampo visto che arriverà anche Ramsey.

Le parole nel post gara, dette a caldo dopo una delusione cocente e che scatena mille domande sono da “statista” del calcio.

Parliamoci chiaro: non poteva dire altro, di certo non poteva esonerare Allegri in diretta TV o fare sparate alla De Laurentiis. Ha tenuto botta, cercando di dimostrare compattezza e solidità di una Società all’avanguardia. Parole di chi deve guardare oltre determinate delusioni, di chi deve guardare lontano a strategie che però prima o poi dovranno pur portare a far sì che la Juve si giochi l’obiettivo Champions esprimendo il calcio migliore possibile e rispondendo colpo su colpo anche a fenomeni incredibili come l’Ajax.

Ma parliamo anche del secondo tipo di solitudine che evoca la figura di Agnelli all’indomani dell’uscita dalla Champions della Juventus.

E’ la solitudine in cui è relegato il Pres nelle speranze dei tifosi. Ora che Allegri per tanti tifosi non dà più le garanzie del passato. Ora che tanti giocatori su cui si pensava di poter fare affidamento sono venuti meno nei momenti decisivi, la figura del giovane presidente, è una specie di scoglio a cui appigliarsi durante la spinta contraria della corrente. E’ a Lui che tutti guardano ora, lui porta avanti questa Società da 9 anni in maniera così brillante  ed è lui che in un pomeriggio di luglio volò su un’isola greca ad accordarsi con CR7. A lui si chiede che il sogno possa continuare.

Solo lui può dare quella sferzata di fiducia che faccia rialzare un ambiente col morale sotto i tacchi.

Come sempre non sarà facile, e le delusioni europee si aggiungono l’una all’altra. Quello che personalmente speriamo è che il Presidente tenga la barra dritta come ha fatto fino ad oggi. Che non si faccia influenzare troppo dalle opinioni di questo o di quello ma che nella quiete che verrà sicuramente nelle prossime settimane dopo questa tempesta negativa faccia delle scelte mirate nell’ambito della giusta programmazione tecnica e societaria. Si spera che possa imboccare una strada giusta che porti ai risultati certo, ma che sappia comunque far confermare la Juve a questi livelli fino al momento che finalmente sarà decisivo.

A breve bisognerà prima di tutto far sollevare la testa all’ambiente. Ritrovare la grinta e la gioia di continuare a crescere all’interno dello spirito juventino. A risplendere tanto da convincere uno come CR7 a venire a giocare qui, a portare questa maglia nel mondo. Gli Ajax passano, la nostra Juve resta. Anche in un momento come questo.

 


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