Solitudine e speranza (di una giacchetta nera)

di Juventibus |

arbitro
SOLITUDINE e SPERANZA

 

Si alza il sipario, lo stadio illuminato:

l’ennesima gara del lungo campionato.

Le squadre sono pronte nel sottopassaggio;

qualcuno si attarda per via di un massaggio.

 

Teneri bambini, da calciator vestiti,

con volti estasiati fissano i loro miti;

incerti e timorosi, mano nella mano…

magica atmosfera da film hollywoodiano.

 

I tifosi rumoreggiano con stimolo incessante,

la folla impaziente è in attesa trepidante;

frenetica attende i ventidue, non me:

nessuno si è accorto che siamo in ventitré.

 

Un ironico striscione, sarcastico e beffardo,

canzona un loro ex e lo appellano: “Codardo!”

Un altro gigantesco, sprezzante e tagliente,

per la campagna acquisti schernisce il Presidente.

 

Accolto da gran cori, accende le emozioni

lo speaker  che con enfasi dirama formazioni.

Calciatori a centrocampo, lo  scambio di saluti,

sorrisi e qualche pacca…ma molti restan muti,

seriosi e concentrati, già immersi nella sfida:

ancora pochi istanti e darò inizio alla partita.

Un segno della croce, una scaramanzia…

un fischio forte e chiaro l’incontro prende il via.

 

Per un’ora e mezza vivo un mondo kafkiano:

un ambiente surreale, assurdo, molto strano.

Le due tifoserie incitano i protagonisti;

per me solo ingiurie ed insolenze tristi.

 

L’errore anche veniale, non mi è consentito;

qualsiasi decisione io prenda crea attrito.

Falli, punizioni, rigori e fuori gioco…

scelta giusta o errata, per loro conta poco.

 

Insulti ed offese mi rendono sgomento,

subisco impassibile l’ennesimo tormento;

però non mi rassegno a questo infame vezzo

e son proprio deciso a cambiare questo andazzo.

 

Ho fatto un sogno bello, disse un dì un leader nero;

anch’io ne ho fatto uno e speriamo che sia vero:

che il calcio un bel dì diventi proprio un gioco

e non come per molti una valvola di sfogo.

 

Applausi, allegria e cori di esultanza;

conforto ed ovazioni, ma non di circostanza.

E dopo la doccia, il risultato non importa,

magari il “Terzo tempo”, con spumantino e torta.

 

La cruda realtà purtroppo torna a galla;

due corpi risoluti si contendono una palla:

uno si lamenta e reclama con vigore,

l’altro è convinto che sia proprio rigore.

 

La storia si ripete, da troppi anni dura:

sarà l’indole latina o mancanza di cultura?

E mentre mi pongo da solo la domanda

un Mister mi contesta con aria furibonda.

 

Tra un cartellino giallo  e una sostituzione

conclusa è  la partita, finito il tormentone.

A terra gli sconfitti sembrano stremati;

i vincitori esultano, dalla curva omaggiati.

 

Io come sempre, solo con me stesso,

sento all’improvviso avvicinarsi un passo:

dalla panchina arriva a stringermi la mano

una giovane riserva, (finalmente un atto umano).

 

Il gesto del ragazzo, anche se in minoranza,

riaccende nel mio cuore di nuovo la speranza:

l’auspicio che in futuro qualcosa cambierà

e quel ricorrente sogno si trasformi in realtà.

 

 

Di Claudio Di Carlo