Juventus-Inter, sliding doors: cosa sarebbe successo se…

di Valeria Arena |

spalletti

In sociologia esiste un enunciato conosciuto come Teorema di Thomas, dal nome del sociologo che lo ha coniato, William Thomas, secondo cui “se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze”. Questo vuol dire che, se tutti noi credessimo realmente che durante l’intervallo di Cardiff son volati cazzotti e insulti, la perdita dell’ultima finale di Champions sarebbe una diretta e normale conseguenza di uno spogliatoio spaccato che creerà nelle settimane e nei mesi successivi partenze, malumori e nuovi litigi. Se invece fossimo sicuri di aver vinto quella partita, giocando per altro un gran secondo tempo, oggi la sfida contro l’Inter si giocherebbe su uno sfondo decisamente differente. Fosse solo per il fatto di aver portato a casa il tanto abusato triplete e distrutto uno dei pilastri degli sfottò degli avversari.

Prima del 3 giugno 2017 si fantasticava parecchio sul futuro della Juve e molti elementi lasciavano ipotizzare scenari di vario tipo. Il mio, reso adesso reale da questo slancio di mitomania, avrebbe dato vita a questo sliding doors:

Battiamo il Real con un moderato 2-1, dopo esserci barricati sulla nostra metacampo in seguito al secondo gol di Mandzukic su splendido assist di Dani Alves. Vinciamo la Champions, come per altro avevano pronosticato tutti i giornali nazionali, che, per una strana congiunzione astrale, finalmente ci prendono. Festeggiamenti, gioia, alcol, taboo rotti. Dopo una settimana ci riprendiamo e mister Allegri, capendo che il ciclo si è chiuso e che meglio di così onestamente non si può fare, decide di mollare da vincitore e dedicarsi all’amore. Se non fosse che nel quartier generale della Figc, in momento di rara lucidità, si intuisce che Ventura odora di sòla e, dopo un breve e intenso corteggiamento, si riesce a portare Allegri in Nazionale, convinti del fatto che l’ennesimo allenatore bianconero sulla panchina azzurra potrà solo fare bene.

A Torino regna la pace. Bonucci, liberatosi di Allegri, concede, Barzagli permettendo, la grazia alla BBC. I terzini brasiliani, però, continuano a non apprezzare il Nord Italia: Dani Alves vola a Parigi e Alex Sandro in Inghilterra, due luoghi noti per il loro ridente clima. A noi ritocca rifare le fasce, ma, ancora galvanizzati dalla vittoria in Champions, ci rilassiamo.

Intanto, a Roma, Spalletti, dopo aver inviato qualsiasi tipo di pizzino alla Juve nel corso delle ultime settimane di campionato, attende con ansia la chiamata di Marotta, che finalmente arriva. In poche ore uno dei matrimoni più attesi, e telefonati, degli ultimi anni diventa finalmente realtà e inizia ufficialmente l’era Spalletti sulla panchina bianconera. Contemporaneamente a Londra è bufera. Conte, imbestialito con la dirigenza del Chelsea e richiamato dal profumo dei taralli, molla tutto e rientra in Italia. Pensa a un anno sabatico, ignaro del fatto che i cinesi della sfonda neroazzurra di Milano stanno già visionando il suo curriculum. Arriva l’offerta. D’altronde si tratta sempre del più grande esperto di rimonte in circolazione: da settimi e decimi posti allo scudetto in pochi mesi. Seguono giorni di riflessione e notti insonni: ma sarà tradimento? Quanto si potrà sopravvivere nella tana del nemico? Uno juventino può davvero allenare l’Inter? La risposta è sì. Lo ha fatto Lippi, con quel palmares lì, lo potrà fare pure lui.

Conte dice sì e il popolo juventino rivive il dramma, ma trova subito una nuova motivazione per vincere il settimo e andare a Kiev. Allegri se la ride sotto l’ombrellone.

Inizia il campionato e in men che non si dica si arriva al 9 dicembre con le due squadre appollaiate al primo posto. Buffon, rompendo una monotonia che sembrava non avere fine, ci arriva con un Pallone d’oro tra le mani. A quarant’anni. Lo Stadium prepara una super coreografia e non perde occasione per ribadire ai rivali che il triplete è pure roba nostra. Gli interisti, perdendo qualche certezza, si buttano sulla tradizione: il ’98, il fallo su Ronaldo, la parabola di Gigi Simoni, #maistaiinb, ecc. Insomma da questo punto di vista non cambia nulla neanche con lo slinding doors.

Conte torna allo Stadium. Questa volta da acerrimo rivale. Saluta Spalletti, già amatissimo dai tifosi, e si siede in panchina in silenzio. C’è chi fischia, chi trattiene le lacrime e chi invece è contento.

Inizia la partita (naturalmente nella mia versione vinciamo noi di goleada).

 

Ecco, questo era il mio personale quadro al 2 giugno 2017.

Il post Cardiff, quello vero, ha invece cambiato ben poco. Tolto Sarri, a dar fastidio c’è sempre Spalletti. Stai a vedere che questo matrimonio non si avrà da fare mai. Ha voglia a mandare pizzini, Luciano…