Le sliding doors di Moreno Torricelli

Racconto estratto dal libro “FAVOLE PORTAFORTUNA – PER TIFOSI BIANCONERI DA 0 A 99 ANNI”, scritto da Emilio Targia [Sperling & Kupfer].

 

Le Sliding Doors di Moreno Torricelli

 

A 15 anni, Moreno Torricelli in Brianza rimbalza tra l’odore del legno, che riempie le sue giornate nella fabbrica di mobili dove lavora, e l’odore dell’erba del campo da calcio dove si catapulta appena finito il turno in magazzino. Si allena per tre volte a settimana, e fatica sul pallone fino a tardi, con addosso la giornata di lavoro. Cresce nel paese di Inverigo e comincia a giocare nella Folgore di Verano Brianza, poi va in prestito al Como, mentre la squadra gioca in Serie A. Lui spera di fare il grande salto, ma si ritrova a fine prestito al punto di partenza. Poi sarà il tempo dell’Oggiono, in Promozione, e del passaggio alla Caratese, per giocare nel campionato nazionale Dilettanti. Gioca all’inizio nel ruolo di libero, poi il tecnico Roberto Antonelli, già regista nel Milan del decimo scudetto, e con in testa un certo Sacchi, lo piazza a fare il terzino. E in quel ruolo Moreno infila tutta la sua energia, così come fa nel match amichevole che la sua squadra gioca contro la Juventus nella primavera del 1992.

Beppe Furino, nel 1977, ricordava che «la Juventus è una grande porta aperta per tutti». Sembra una frase fatta, ma in quell’amichevole la sua tempra deve aver colpito qualcuno, perché la porta della Juventus sembra aprirsi davvero. Torricelli viene convocato dalla Juventus per le consuete partite amichevoli dell’estate, ma quel telegramma per un errore sull’indirizzo non arriva a destinazione, ed è inevitabile per lui pensare che quella porta sia ormai chiusa, a soli tre giorni dall’inizio del ritiro. Una telefonata però riaccende la favola e lo precetta per il raduno a Macolin, in Svizzera. Moreno si trova così ad allenarsi faccia a faccia con campioni che aveva ammirato solo in televisione, e stenta a credere che quelli ora siano i suoi compagni. Nessuno di loro lo tratta con sussiego: tutt’altro, lo mettono a suo agio
e lo fanno sentire a pieno titolo come membro della famiglia. Lui non sta più nella pelle e dà il massimo a ogni allenamento, anche quando il mister lo trattiene oltre il previsto per migliorare l’efficacia del suo sinistro, ancora balbettante. Non c’è certezza su cosa accadrà dopo. Se decideranno di portarlo con loro per le amichevoli in Giappone vorrà dire che è piaciuto e che l’anno prossimo giocherà a Torino. non è difficile immaginare quanto sia stata sofferta l’attesa di quel verdetto che gli avrebbe cambiato radicalmente la vita.

La sospirata risposta arriva in via indiretta, quando il fotografo della Juventus, Salvatore Giglio, lo chiama per alcuni scatti, quelli che serviranno per i documenti per la trasferta giapponese. È tutto vero. Fa fatica a crederci. Pochi giorni prima era nella Caratese, a giocare coi dilettanti. Ora è nella Juventus. Un salto mortale di cinque categorie, roba da far girare la testa a chiunque. Chiuso il tour giapponese, che Moreno utilizza per metabolizzare quella sua nuova vita, parte il campionato, e dopo una sola giornata Trapattoni gli assegna il ruolo di terzino destro. Alla fine di quella stagione arriva la Coppa Uefa, poi a Torino inizia l’era di Marcello Lippi. All’inizio il rapporto non è facile, ma Moreno intuisce che dietro qualche parola troppo ruvida del viareggino si nasconde la voglia di stimolarlo a dare sempre di più. Lui alla fatica è abituato, e divora la sua corsia, guadagnandosi la stima del Marcello. Comprende perfettamente che alla Juve vincere è decisivo per poter restare, e soprattutto lavorare e migliorarsi ogni giorno, dando il massimo di sé con quell’obiettivo chiaro in testa.

Le sue radici gli facilitano il compito, e tra i ragazzi di Lippi resta un punto di riferimento. I tifosi amano il suo spendersi in campo senza limiti, l’umiltà, la dedizione. Tra il 1995 e il 1998 conquista 3 scudetti, anche se il punto più alto è rappresentato dalla finale di Champions League del 22 maggio 1996, all’Olimpico di Roma. La notte precedente Moreno non chiude occhio, poi quel viaggio verso Roma con l’emozione che monta, Lippi che prima della partita legge la formazione, l’ingresso in campo, quel mare di bandiere bianco- nere, il boato, il verde del prato e l’argento della coppa che brilla là in fondo. Moreno si è arrampicato fino a quella vetta luminosa con mille sacrifici, e sa che non può farsi sopraffare dalle emozioni. Corre e gioca da invasato, neutralizzando Kanu e Kluivert.
Viene votato come migliore in campo, e quando nel corso della premiazione, in uno stadio in tripudio, la coppa passa nelle sue mani, la mamma che segue la partita in TV cede a un pianto dirotto. Anche a Tokyo, a novembre dello stesso anno, nella finale con il River Plate per la conquista della Coppa Intercontinentale, sfodera un match sontuoso. Alla fine, durante la premiazione, con il cuore ancora in subbuglio per quel nuovo trofeo e gli occhi trasognati, davanti alle telecamere di tutto il mondo indossa la maglia bianconera al contrario, con il suo cognome davanti, sul petto, in bella evidenza. Come un appunto per la memoria. Come quella frase di capitan Furino. La Juve le porte le tiene aperte. Se sai infilarti in quelle sliding doors coi tempi giusti, col bagaglio delle cose che sei e che sai fare, come ha fatto Moreno Torricelli, può capitarti di vedere i sogni trasformati in realtà. Come in una favola, meglio di una favola.