Sindrome del primo della classe

di Francesco Alessandrella |

“Tu si’ ‘e Napule e tifi p’a Juve? E comme faje?”.

Eh, come faccio… me lo chiedo spesso anche io, giuro. Perché sta diventando davvero complicato, sapete, amici che leggete queste parole dal resto del mondo? Forse anche più che in tanti altri posti.

Ho provato a chiedere all’INPS se esista una sorta di sussidio, una specie di vitalizio, un reddito di cittadinanza, perché essere juventino a Napoli, soprattutto nell’approssimarsi della sfida dell’anno (cit.), diventa un lavoro usurante, una vera fatica, ma pare che ancora non sia previsto… Strano!

Facebook qualche giorno fa, in quella sua simpatica applicazione con la quale ti riesuma ricordi degli anni passati (anche quelli che hai magari fatto fatica a rimuovere dalla tua testa, ma vabbè), mi ha mostrato una foto di una torta. Era la torta del sesto compleanno di mio figlio, otto anni fa. Era una torta con il logo della Juve e il suo nome scritto con la panna. Nei commenti, pateticamente, avevo scritto che l’aveva scelta lui e forse era vero, ma era anche il periodo in cui avevo un certo ascendente. Oggi, in casa mia ci sono magliette, poster e giornali che mi parlano del Napoli. Ma va bene così, figurati. Mi rendo conto che, oggi, per un adolescente, essere juventino a Napoli è davvero complicato. Significa stare ai margini dal giro degli amici, essere visto sempre con una certa diffidenza, dover affrontare sui social idiozie di ogni genere, dover rispondere a domande “scomode”. Per qualche tempo mio figlio mi ha chiesto se fosse vera la storia di Paparesta negli spogliatoi e se era vero che la Juve comprava gli arbitri… in quel momento, o scattava lo ju29ro che c’è in me, lo legavo alla sedia e gli leggevo tutte le udienze di Calciopoli o me ne uscivo con una di quelle frasi che, se sei genitore, prima o poi ti serve per venire fuori da una situazione: “è una storia lunga, a papà…”. Ecco, le magliette del Napoli sul suo letto fanno capire che strategia ho usato. Ma, giuro, non sono pentito. Se non sei un adolescente dal carattere forte, magari un po’ ribelle, qui ti fanno sentire un “diverso”, quasi in colpa. E se non puoi esprimere a pieno il tuo tifo, che senso ha?

Ecco: esprimere il tifo: ho rischiato due volte la vita al San Paolo ed ho detto: basta così. Aprile 1989, Coppa Uefa, ritorno, al gol di Laudrup regolare, quello che avrebbe cambiato l’intera storia della partita e della Coppa, mi lancio in una lieve contestazione. Da quel momento, vengo fatto oggetto di insulti e minacce e al gol di Renica al 119’ intorno a me si scatena l’inferno… lo stesso accade nel 3-3 del novembre 2011, quello della partita rinviata per troppo sole, salvato da amici tifosi del Napoli che quasi mi tirano fuori dicendo: abbiate pietà di lui, già soffre per essere juventino, compatitelo…

Perché qui possono accettare se sei milanista, anche interista. Ma juventino no. Ed ogni volta, ogni maledetta volta che si avvicina la “sfida dell’anno” (ovviamente per loro) mi chiedo il perché, ovviamente senza trovare risposte.

La storia sportiva racconta di un solo campionato, quarant’anni fa, in cui le due squadre si sono veramente contese lo scudetto, vinto dalla Juve senza alcuna recriminazione, e di una coppa Uefa vinta dal Napoli dopo aver eliminato la Juve ai quarti con un gol regolare di Laudrup ingiustamente annullato. E quando, per qualche anno, il Napoli ha vinto in Italia la Juve non era competitiva, ma chiedere al Milan cosa si prova a perdere uno scudetto per la monetina di Alemao o vincerne un altro perché qualcuno aveva deciso così… insomma: rivalità sportiva… zero!

Provo a porre scherzosamente il quesito ad un vecchio professore di storia della mia città ma lui mi risponde in maniera seriosa con un pippone del tipo: “tu sai che nella canzone “Brigante se more” c’è scritto: Chi ha visto ‘u lupo s’è miso paura, nun sape bbuono qual’è ‘a verità, ‘u vero lupu ca magna ‘e criature, è ‘o piemuntese e l’avimma caccià, è ‘o piemuntese e l’avimma caccià”. Nell’animo napoletano, da qualche parte, è nascosta quell’avversità al “piemontese”, quello che doveva essere uno stato d’animo popolare diffuso nel Sud post-unitario. La Juve, poi, rappresenta il padrone, la FIAT, che ti sfrutta”. Sarà, ma nemmeno mi convince questa versione “storiografica” di questa avversità. E penso che anche il professore ha fatto il suo tempo, in fondo ha una certa età…

E allora, mi torna in mente una versione “psicologica” che mi diede qualche anno fa un amico. La “sindrome del primo della classe” la chiamò. Abbiamo avuto tutti uno in classe bravo in tutto. Ed era lui l’oggetto del nostro livore, della nostra rabbia, qui diremmo del nostro “schifo”. Quello che ti faceva piacere se aveva un “cazziatone” dai professori; quello che godevi se quella volta era, se non impreparato, meno preparato del solito; quello che ti faceva piacere se aveva sei invece del solito nove, anche se tu eri pieno di quattro; quello che, se potevi, cercavi di mettere in cattiva luce con compagni e professori; quello che magari è vero che va bene a scuola ma con le donne è una frana, ma in fondo anche io non è che stia con Miss Italia ma vabbuò, che fa… ecco quello è la Juve per quel mio amico. Quando sei lucido puoi anche pensarlo come un modello, qualcosa da imitare, ma che in assoluto è un male da combattere, perché se non ci fosse lui saremmo tutti sullo stesso livello…

Ecco, mi piace pensare, ogni anno, quando capita questa partita, che il motivo sia proprio quello. La sindrome del primo della classe. Perché anche oggi, in fondo, ci presentiamo a casa loro proprio così: da primi della classe.