Siccome sono un nostalgico

di Simone Navarra |

Era il 1966 e i The Rokes cantavano “Bisogna saper perdere”. Poi anche Lucio Dalla al festival di Sanremo interpretò quel motivo. In breve lo slogan diventò un bel refrain per i juke-box di allora e tutti apprezzarono quella filosofia semplice e facile, che passa dall’accettazione della sconfitta per poter ripartire. Era ed è l’unica ricetta. Spostando gli orologi ad oggi e traslando alle cose di calcio è necessario forse suggerire qualche disco ai ragazzi che giocano nella Juventus. Perché si può vincere e convincere per tanto tempo, ma poi può anche arrivare lo scapaccione salutare, il 4 che fa tremare. Non avere paura è l’unica soluzione. Non avere paura di quello che verrà e di quello che c’è stato. Perché si è nella società più titolata d’Italia e perché c’è un domani lastricato di sogni che aspetta ognuno di noi. Basta guardare i carri attrezzati dentro il nascente ‘J Village’, la pulizia dei viali, gli spazi dolci e profumati di nuovo in cui si muovono per ora solo le ragazze. Nel mondo del pallone non porta fortuna costruire, immaginare. Bisogna comportarsi da cavallette, spiegò un vecchio santone di quelli omaggiati in Nord Europa. Consumare subito e poi bruciare alle spalle, per non lasciarsi alternative. Andare avanti perché non si può tornare indietro. 
Il mister Allegri ha deciso diverse settimane fa di adottare una strategia tattica diversa. Lo dicono tanti in tv. E noi stiamo qui a ripeterlo. Il mister ‘made in Livorno’ ha scelto una filosofia vicina al credo di Giovanni Trapattoni, che avendo i migliori difensori al mondo come Scirea, Gentile, Cabrini, Zoff e compagnia sapeva dargli spazio, tempo di gioco, protagonismo. Perché è quello l’importante per un giocatore. Avere la palla tra i piedi. Attuare uno schema, decidere un contrattacco, una figura sul rettangolo verde. Con Bonucci, fino allo scorso anno, questo impianto un po’ viziato dalla pressione pretesa a Torino da Antonio Conte non troppo tempo fa, ha dato un risultato. Con altri interpreti questa linearità è meno diretta, appare più macchinosa la manovra ed estemporanea la soluzione. Poi potrà non esser vero. Perché il calcio migliore, quello più spettacolare, è inaspettato, fatto di ragionamento e pure di muscoli. Alla Juventus per tradizione di questi profeti spesso ingialliti dai risultati non c’è mai stato molto bisogno. Nella storia si è sempre cercato il giocatore, quindi l’uomo e poi si è chiesta la filosofia, il senso d’infinito. 
Nel domani chiamato 2019 potremo chiedere la finale di Madrid e un qualcosa che non conosciamo. Magari condizionato dal ritorno di Pogba o Vidal, che stanno sul mercato e sembra quasi che non li voglia nessuno. Siccome sono un nostalgico ci starebbe bene pure qualche altro remember, ma non si chiede l’esagerazione solo quella prospettiva che una volta rappresentò Pavel Nedved definendo quella coppa, il trofeo dalle grandi orecchie. E da quel momento così è stato per tutti. Bellissimi ricordi. Viziati da sconfitte, ha detto Marcello Lippi lasciando tutto al suo erede Fabio Capello. Ma anche cullati nella memoria di partite esaltanti, che hanno rimesso indietro l’orologio e possono essere mandate all’infinito nell’archivio video di ogni tifoso. E’ come quel 1-3 in casa del Real Madrid di qualche settimana fa? Anche. Anche se non ha portato il responso sperato ed è stata difficile da digerire. Però da quei goal si può ripartire. Sia dentro questo campionato che pare un piano inclinato in favore del Napoli che nella Coppa Italia da giocarsi con il Milan. 
Più d’uno dice che non si può perdere la speranza ed il coraggio. Ho visto Juventus meravigliose infrangersi contro scogli appuntiti e provinciali. Se questo settimo scudetto non dovesse andare nel paniere si potrà maledire il Crotone e la Spal, qualche ragazzo al capolinea e qualche altro con le valige in mano. Sarà un errore. Perché quei giovanotti vanno amati comunque. Perché non c’è storia senza inciampi, passi indietro. Quel che importa è cosa succederà, come invecchieremo tutti e non quello che abbiamo fatto. Perché si può sempre cambiare, cercare una soluzione, indovinare il campione da prendere o l’allenatore da promuovere. Restano la maglia, i tifosi, la società e i racconti di questa annata un po’ così, piena di ‘stop & go’ e che a volte sembra quasi girare su se stessa. L’importante è non perdere la testa. L’importante è capire che se il sogno di una manciata di ragazzi su una panchina è diventato la Juventus tutto può succedere. L’importante è mettere insieme i minuti e accumulare gioia. Perché lo sport è questo. E nessuno se ne frega dei loro sfottò. Della loro ignoranza. Da dovunque provenga.