Siamo tutti uguali

di Simone Navarra |

Ci sono dolori infiniti, come la perdita di una persona cara o di un amore. C’è chi piange per le auto o ad altre cose che accompagnano la vita. Poi alcuni sentimenti prendono il nome delle squadre di calcio ed allora tutto si complica. Perché nella miscela ci sei te da piccolo e tutte le volte che hai difeso il giocattolo, dall’insegnante o dal compagno più grosso. C’è quella che ti ha lasciato davanti ad un treno e l’altro che ha voltato le spalle quando si sono spalancate le porte dell’ospedale. Sono queste le lacrime da un po’ ricordare, come dice il poeta. Tutte le altre, a cominciare da alcune sconfitte sul campo da gioco sono da dimenticare, sotterrare, spedire più lontano della Luna, visto che lì qualche umano c’è arrivato.

Penso a tutte queste cose quando vedo Andrea Agnelli e John Elkann in televisione, infilati nei loro cappotti, seduti sullo spalto d’onore dell’Allianz Stadium. Mi permetto il riassunto: la Juventus ha già subito il goal di Cr7 e forse capito che la serata sarà lunga. La telecamera va a cercare in tribuna e trova questo quadretto familiare. I cugini e le mogli. Degli amici e dei parenti. E’ una dimensione che schiaccia? Forse. Certamente dimostra che anche loro sembrano spiazzati, presi in mezzo, disarmati, in balia degli eventi e di quella multinazionale che è arrivata dalla Spagna e il giorno prima si è fatta la foto con la sindaca. Siamo tutti uguali in fondo. Anche da questo lato della televisione si freme per ogni passo di Dybala e occhiata di Higuain, sognando un cambio del vento, un destino meno maledetto e scalognato, specie se coniugato a questa coppa dalle grandi orecchie come l’ha definita Pavel Nedved anni fa. Ed è un bellissimo ritratto.

In casa si cambia posizione. Abbigliamento. Distanza dallo schermo. Una partita è movimento anche per lo spettatore che è stato abbandonato dai palinsesti e non trova nulla nel momento in cui si perde. Succede sempre. L’altra sera, invece, in coincidenza con questa partita che c’ha fatto male, trovi film da Oscar, interpretazioni magiche, uomini e donne da perderci gli occhi. Ma ritorni a vedere i ragazzi che provano a rompere un muro, scartare gli ostacoli, far diventare calda una serata sbattuta dalla pioggia. Quando vedi Chiellini incespicare e Buffon battuto vorresti avere una di quelle macchine che ti piacevano da ragazzino e una strada lunga per correrci sopra. Il goal di quello che sembra il fratello del comico siciliano ed ha fiato come ce lo aveva Gordillo fa capire che bisogna appassionarsi della lettura e fregarsene dello sport, di questo gioco terribile con la palla che rimbalza dove le pare e le speranze legate a dei giovanotti in pantaloncini.

Poi il giorno dopo leggi il messaggio d’uno di quelli che è rimasto in tuta, Claudio Marchisio, e capisci perché certe volte non puoi fare altro che guardare il mare, il futuro, e aspettare che passi la tempesta per uscire con la barca e pescare tutti i pesci che ti pare. Comprendi come dentro una rincorsa c’è il progetto del signor Marotta, la competenza del direttore Paratici e la passione di quei due cugini che si proteggono dal freddo. Con queste gambe si va lontano. Questa società ha 12 anni scarsi di vita, dopo l’uragano che l’ha quasi uccisa. E’ tornata dalla serie B, ha vinto 6 scudetti ed è andata in finale di Coppa per due volte negli ultimi tre anni. Questo è l’unico almanacco che riconosco. Insieme con quello che si toglie il cappello davanti al numero 7 che doveva venire alla Juventus ed invece venne portato a Manchester. C’erano regole rigide e “un ladro di cavalli” a governare.

Oggi si spende e si costruisce meglio quasi di tutti. A Londra come a Berlino, a Madrid come a Parigi, lo hanno capito ed eletto Agnelli chiedendogli di trovare una formula che renda tutti ricchi e felici. Con un po’ di audacia dentro e forse qualcosa di diverso dentro e fuori il campo, prima della maggiore età, si può imporre la stessa legge che dal 2012 conosce il campionato italiano di calcio.