Sì alla costruzione, no alla costrizione

di Nevio Capella |

PREMESSA
Caro lettore che hai appena aperto questo articolo, non farti trarre in inganno dal titolo, cadendo magari nella tentazione di pensare che a scriverlo sia il “vecchio boomer” nostalgico: le righe che seguono non hanno intenzioni stroncanti nei confronti della nuova filosofia calcistica imperante, ma sono semplicemente un piccolo concentrato di istruzioni per l’uso.

La terrificante nottata portoghese di coppa ci ha lasciato in eredità un’atroce fesseria che ha visto protagonista il povero Bentancur, intento a sviluppare una delle centinaia di trame (a partita) che prevedono l’ormai celebre “costruzione dal basso”, finita poi in tragedia con il gol del vantaggio del Porto incassato dopo meno di un minuto di gioco.
Al risveglio, uno dei temi più discussi era appunto la bontà della costruzione dal basso, in particolare la sua efficacia, ma in realtà molti hanno frainteso quella che è una critica non alla tattica ma alla scelta fatta nello specifico della serata di Champions.
Detto che tale schema ha mostrato più volte di essere un’ottima strategia per stanare gli avversari e creare gioco e spazi, andrebbe anche tenuto a mente che per attuarlo serve l’ingrediente fondamentale, ossia degli interpreti che riescano a praticarlo senza andare in tilt e abbiano nelle proprie corde un certo tipo di gioco.
Nel caso di Porto-Juventus, o se preferite, relativamente ai calciatori della rosa della Juventus, salta subito all’occhio che non tutti sono “tagliati” per le fitte trame che spesso nascono dai piedi del proprio portiere, e se in sostanza eravamo tutti preparati al momento in cui da un errore di impostazione sarebbe nato un gol subìto, vuol dire che qualche scricchiolio in tal senso si era già manifestato.
In sostanza sarebbe importante che la COSTRUZIONE non diventasse COSTRIZIONE dal basso, cioè una via senza uscita alla quale non si riesce a trovare una valida alternativa, nei momenti in cui i migliori interpreti per metterla in atto (es. Arthur) ti mancano o, peggio ancora, ti trovi di fronte ad un avversario che  può mandarti in difficoltà se non sei perfetto nell’applicazione.

Da un certo punto di vista non si possono dare colpe specifiche al buon Pirlo, che a forza di sbattere contro il laconico “Non abbiamo grandi necessità, la rosa è completa. Valuteremo solo eventuali opportunità” ripetuto all’infinito da Paratici, si è fatto una ragione del non poter contare su alternative numeriche, nella fattispecie su un numero 9 aggiuntivo e soprattutto diverso da quello di cui dispone già, come ha chiesto invano per tutta la durata del mercato invernale.
Quel numero 9, Morata, che manco è potuto andare in campo dall’inizio per problemi fisici che si trascina dietro da ormai un mese, ma di cui sono bastati 20 minuti scarsi di presenza per vedere, anche solo concettualmente, una Juve diversa.
Per questo mi fa arrabbiare la miopia di chi ribatte sistematicamente alle lamentele per l’immobilità della Juve sul mercato dicendo che i soldi sono pochi, e sarebbe stato inutile spenderli a casaccio come capitato in sessioni degli anni precedenti.
La questione non era tanto qualitativa ma quantitativa, serviva una testa in più e, intanto che c’eravamo, con caratteristiche diverse.
Una punta a cui appoggiarsi in partite in cui fai fatica ad uscire “dal basso” o anche in circostanze in cui sei costretto ad andare all’assalto della difesa avversaria.
In questi casi allora si fa di necessità virtù, e qui forse risiedono le responsabilità dell’allenatore che avrebbe potuto trovare un’alternativa, per quanto forzata, anche in corso d’opera, considerato che anche dopo il primo gol abbiamo rischiato almeno un altro paio di volte di prendere il raddoppio con le stesse modalità.
Niente costrizione con la “i”, quindi, nessuno ci obbliga a fare sempre la stessa cosa o a farla con interpreti inadeguati, perché se un domani ad uno di noi venisse in mente di diventare pilota di Formula 1, non basterebbe avere a disposizione la Mercedes per vincere, ma bisognerebbe anche essere bravi quanto Hamilton o aver corso un numero minimo di Gran Premi.
Diversamente il rischio di andare a sbattere diventa alto, e il muro della Champions League è di una durezza tale che ci si può fare molto male: la mia speranza è che in vista della gara di ritorno e del finale di stagione Pirlo colga questa “sfumatura”.