Sheva è sempre là

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Alla fine Sheva è sempre là. Che prende la palla. La sistema sul dischetto. Dà un’occhiata a Buffon. Prende la rincorsa. Si ferma. Guarda l’arbitro. Capisce di poter partire. Parte. Tira.

 

C’è sempre, forse per sempre. Forse c’è sempre stato, ancora prima di quella sera. Quando non ero ancora un tifoso, e non facevo scorrere la mia vita sugli stessi binari di quella del club. Quando non riuscivo a spiegarmi certe mancanze, certe lacune, certi svantaggi.

 

C’è quando mi guardo allo specchio, e quelle volte che per la vergogna non riesco a farlo.

C’è quando incrocio per otto anni gli sguardi con una ragazza della quale so solo il nome.

C’è quando mi dico di aver solo 22 anni, e che la vita è sola una lunga attesa, per dirla come Bukowski, e che alla fine tutto arriverà, con calma.

C’è quando cedo al mio istinto animale.

C’è quando mi rendo conto di star sprecando i miei giorni, i miei anni.

C’è quando mi relaziono con le mie paure, le mie ansie, le mie paranoie.

C’è quando Bob Dylan mi canta “there is no sense in trying”.

C’è in queste ore, in cui penso che il calcio per me non avrà più senso, perché alla fine sarà tutta roba vista e rivista. Scudetto. Coppa Italia. Champions a qualcun’altro.

Ci sarà alla prossima finale, insieme a Juventus-Ajax su Premium Sport, le interviste a chi quella sera c’era, tutti unanimi nel dire che “questa Juve è come quella di Roma”, che “xx è il Vialli di turno, yy il Ravanelli, zz il Del Piero”; che ci sono delle regole non scritte nel calcio, come quella dei sette anni, quella per cui non si vince la Champions per due anni di fila, quella dei grandi numeri, per cui non si può sempre perdere in finale. Bisognerà prima o poi rompere la maledizione.

C’è nel senso di impotenza nel non riuscire dare una svolta alla propria vita.

C’è quando pensi che dopo la vittoria della Champions potresti anche morire.

C’è quando pensi alla morte ed hai paura, perché sarebbe davvero brutto non poter MAI vedere il tuo capitano alzare quella coppa.

C’è quando senti di attentati e stragi sfiorate e non te ne importa nulla, perché tutto ruota intorno alla Juve, alla tua band del cuore e alla tua sanità mentale.

 

C’era quella sera. Che prende la palla. La sistema sul dischetto. Dà un’occhiata a Buffon. Prende la rincorsa. Si ferma. Guarda l’arbitro. Capisce di poter partire. Mi guarda, e senza aprire bocca mi dice:

Sto per segnare. Sì, ho deciso che se proprio devo sbagliarne uno, lo farò tra due anni, al termine di una partita assurda, perché nel caso non lo sapessi, è l’Assurdo che regola il mondo.

Quindi, scegli. Da una parte la squadra che sta per vincere la sesta Champions League della sua storia, la quarta in quattordici anni.

Dall’altra la squadra che sta per perdere la quinta finale su sette della sua storia, la terza in sei anni.

Da una parte la gioia, l’euforia, l’orgoglio di far parte della seconda squadra più importante nella storia di questa competizione.

Dall’altra lo sconforto, il senso di tradimento, l’impotenza, l’impassibilità dinnanzi all’ennesima ripetizione, il coltello ormai a fondo nella piaga di un’incompiuta, di un mistero, di una delusione.

 

Qualsiasi bambino, alla prima esperienza calcistica della sua vita, avrebbe scelto la prima.

Io non potevo, perché alla fine la mia vita è la Juventus in Champions.

 

Di Alioscia Volpe