Il senso di Cristiano Ronaldo senza migliaia di occhi addosso

di Michael Crisci |

Una delle conseguenze della fase di convivenza col virus sarà inevitabilmente la mancanza di pubblico sugli spalti. Chi dice per un anno, chi 18 mesi, chi dice due anni, chi spera di meno (conteranno le variabili: cure, vaccini, immunità o eventuale recessione del virus). Ci dovremo abituare, anche se sarà senza dubbio triste, perchè la cornice del pubblico fa parte del pacchetto che uno sport di successo “vende” (sia dal punto di vista del business, sia dal punto di vista emotivo).

Ho personalmente pensato a questo riferendomi al tweet del veterano giramondo dell’NBA Jared Dudley:

L’NBA è un club privato, potrebbe quasi permettersi di aspettare, per dare inizio alla prossima stagione, di poter nuovamente riempire un palazzetto; il calcio europeo, ovviamente, non ha questa possibilità, e dovrà per forza di cose adattarsi per un po’ di tempo (come sottolineato dallo stesso Ceferin).

Ma la sostanza è che il pubblico negli stadi, oltre a un’accezione romantica, rappresenta anche un combustibile eccezionale per chi sta in campo, specialmente per i fuoriclasse. Quando si parla di “idoli delle folle”, si fa riferimento a quanti, sugli spalti, possono godersi alcune giocate dal vivo e possono alimentare l’atmosfera da stadio che solo in parte possono percepire i telespettatori. Atmosfera che viene, invece, percepita totalmente dai calciatori, e trasformata in adrenalina.

Dunque, una delle domande che mi sono posto in vista di una ripartenza del calcio (a prescindere dalla stagione 19/20), è che impatto potrebbe avere la desolante cornice vuota sull’animo di fuoriclasse come Cristiano Ronaldo et similia; non solo pensando agli urli di stupore o di gioia ad ogni giocata, ma anche ai fischi di scherno o di paura, che spesso caricano certe personalità (come anche Ibrahimovic ad esempio), o anche alle stesse esultanze, e il “SIUUUU” di Cristiano, che oltre a essere un’esultanza, è anche un brand, ne è un esempio lampante. Parliamo di gente che gioca per stupire la gente, per farla sobbalzare dai seggiolini, per farsi osannare.

La sostanza è che il pubblico è parte integrante dello spettacolo e della partita, non si scappa da questo assunto. Spesso può anche indirizzare la partita stessa.

Certo, è sicuro che si parla di calciatori talmente costruiti, talmente professionali, talmente forti mentalmente che potrebbero adattarsi alla nuova e anomala condizione senza alcun problema. Ma per quanto si possano cercare espedienti, come sagome di cartone o effetti sonori, il calcio a porte chiuse sarà tutt’altro tipo di esperienza, che sicuramente colpirà direttamente il tifoso, ma che inevitabilmente cambierà le abitudini mentali dei calciatori.

Perchè i milioni, spesso miliardi, di occhi televisivi addosso a un atleta non potranno mai essere comparati a quelli di quei migliaia che popolano animatamente gli spalti, a pochi metri di distanza. Lo osserveremo presto, speriamo, e, speriamo ancor di più, per poco tempo.


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