Il senso di Ronaldo e la velocità del cambiamento

di Claudio Pellecchia |

Mi sono accorto che, per motivi vari ed eventuali, dal mio ultimo articolo su Juventibus  – con comprensibile sollievo dei miei “venticinque lettori” – sono passati oltre due mesi. Un lasso di tempo relativamente breve in cui sono successe tante (troppe?) cose: molte perfettamente aderenti alla classica narrazione in bianco e nero (scudetto – non così scontato a un certo punto, come sapete, ma ormai è il passato -, Coppa Italia, arrivo di Emre Can a parametro zero, la scelta di puntare su un portiere della scuola italiana) altre molto meno. L’affaire Ronaldo rientra decisamente nella categoria B, per un numero infinito di motivazioni tecniche, tattiche, economiche e filosofiche di cui sarebbe (sarà?) bello discutere – anche se abbiamo già iniziato a farlo: è stato inevitabile –  una volta che l’impossibile avrà effettivamente preso forma. Ed il fatto che, come pare, quell’applauso dello Stadium – che il sottoscritto aveva giudicato in un certo modo – abbia giocato un ruolo determinante per arrivare dove siamo arrivati, mi costringe a rivedere molto delle mie convinzioni e percezioni. Del calcio, dello sport, probabilmente della vita.

Mi trovavo su un’isola greca, cocktail in mano, quando Luca Momblano ha cominciato a prendersi il meritato proscenio calciomercatista: allora come oggi continuo ad impormi un prudente distacco (confesso, però, che comincio pericolosamente a vacillare) e un necessario scetticismo. Non per ossequiare la retorica del “troppo bello per essere vero” o per mancanza di fiducia in Luca – dopo Neymar anno scorso, poi -, ma perché mi sembra ancora tutto troppo al di fuori della nostra comfort zone, del nostro modo di essere, di pensare, di approcciare al calcio e alla Juve stessa, dentro e fuori dal campo: immaginare che possa cambiare tutto (perché cambierebbe tutto), in una dimensione temporale così breve e in un ambiente che si è dimostrato spesso refrattario al cambiamento, è un qualcosa che scombussola, sorprende, spiazza, costringe a pensare. Un po’ come accadde ai tempi del primo dei sette scudetti, con Antonio Conte  e i suoi sodali a spostare di molto in avanti la nostra posizione sulla strada verso l’élite europea e mondiale, bruciando tappe, convinzioni, effettive possibilità. Con Ronaldo non accadrebbe poi nulla di diverso, non fosse per un livello di competitività e aspettative ulteriormente alzatosi anche grazie a noi e per la rinnovata velocità con cui proveremmo nuovamente a bruciare le tappe necessarie di cui sopra.

Si vedrà. Sarà necessario adattarsi e in fretta, derogare alla convinzione del “tutti sono utili nessuno indispensabile” in favore di quella del primus inter pares, convivere con lo spaventoso e ulteriore carico di pressioni che comporta il poter contare su una stella di prima grandezza, fornirgli un supporting cast all’altezza (e che supporting cast, soprattutto se si riuscisse a non rinunciare ai Pjanic, ai Dybala, agli Alex Sandro versione 2016/2017 e precedenti), tollerare qualche inevitabile capriccio da prima donna senza per forza inquadrarlo come atto di lesa maestà, porci nell’ottica di diventare, per la prima volta nella nostra storia, la “squadra di qualcuno” piuttosto che una squadra di undici qualcuno senza per questo rinnegare ciò che è stato in favore di ciò che sarà. Anzi di ciò che potrebbe essere. Perché, non so voi, io ancora faccio fatica a razionalizzare e a credere a tutto questo pur nella speranza di vedere e credere quanto prima.