Sempre più Pjanic, sempre più veloci: da illuminato a illuminante

di Luca Momblano |

Miralem Pjanic è tornato al gol in campionato a 23 giornate di distanza da un’altra stracittadina. Di per sé è un dato poco rilevante anche se, a differenza del gol del 11 dicembre 2016 che fu la ciliegina sulla torta Higuain, l’interno destro (“forte e preciso, che è il connubio più difficile” come intimano gli istruttori delle categorie giovanili) di sabato scorso ha direzionato in maniera definitiva la partita: da quel momento in poi è stato un tiro a segno, sfruttando a pieno la superiore tecnica e numerica, come conviene la teoria non sempre applicata di questo strano sport chiamato calcio.

 

Insomma, è sempre questione di catene. Ingranaggi. Meccaniche. Certo, anche la testa più leggera aiuta. Soprattutto nei casi di giocatori come Pjanic, chiamato ora a sfornare la medesima qualità in partite in salita dove i 120 tocchi dentro un 4-0 non sono oggettivamente messi in preventivo. Più la tocca, più è vivo, più è lucido. Pjanic, a dispetto dei suoi esordi da trequartista, ha digerito prima la Serie A e poi la ferrea volontà di Allegri diventando l’antitesi di campo del suggeritore illuminato, colui che entra ed esce dalla gara, l’uomo che ha bisogno di sparire per poi riapparire con il colpo segreto, inaspettato, sopra le righe, che mutila la partita. Non ne servono evidentemente due o più, ci sono già il boia argentino, il lanciatore di coltelli colombiano, il saltimbanco brasiliano (o forse due), il mangiafuoco slavo e un altro argentino che fa da frontman.

 

L’ex giallorosso oggi, è il miglior giocatore piatto del campionato italiano. Un mezzo maratoneta che trova il senso della corsa nel riottenere il prima possibile la palla nei piedi, che poi fa da ossigeno per il cervello (azione in loop); un nuovo interditore specialista dell’intercetto, fondamentale artistico cavallo di battaglia del tecnico, capace di pulire il lavoro di coppia nel sistema del doppio mediano. Lineare perché capace e costretto a rinunciare ai picchi per cui veniva incensato al fine di diventare un calciatore ancora migliore, fino a poter far sembrare facili le cose (per lui) più difficili. Pjanic cresce per ampliare il repertorio, per essere anche giocatore di pubblica utilità, fino magari a riuscire a (ri)portare questo bagaglio, divenuto più pesante e denso, oltre la linea del centrocampo. Sarebbe, anzi è, la grande sfida meditata per lui da Allegri già nei progetti estivi.

 

Una missione che pare possibile, ma quasi incredibile: liberare Pjanic elevando Pjanic, cogito ergo sum, spezzarne totalmente e costantemente le funzioni in due strepitose parti. Come accaduto proprio nel derby: metà dei palloni al di qua del centrocampo, in prima costruzione, l’altra metà sul naso altrui, in distribuzione e assistenza avanzata. Che poi, ci uscirebbero anche i gol, un vizio che è come l’appetito goloso della merenda sinoira.

Si prenda il gol di cui sopra: la paura per Dybala porta Rincon e Ljajic uno sull’altro, Matuidi si ferma, Miralem vede lontano e Cuadrado gli passa il caricatore.

Un bel vantaggio, giocare con quelli bravi.

Da sfruttare tutto, un po’ come fece (con le debite sproporzioni) dallo Zinedine Zidane bianconero.

E non soltanto a lui.