Semplicemente Barzagli

di Juventibus |

Ecco, a stento faccio fatica a distinguerti da Zaccardo e non è affatto un’offesa, ci mancherebbe. Pensa te, come il buon Cristian hai vinto il Mondiale ed una Bundesliga inaspettata e, prima ancora, con lui hai calcato il prato del Barbera nelle medesime quattro stagioni, indossando in campionato lo stesso numero di casacche (142) ma stampando il tuo nome nel tabellino dei marcatori cinque volte di meno. Ecco, avessimo preso lui, magari qualche golletto in più avrebbe aiutato l’agonizzante attacco bianconero, privato da gennaio della buona vena realizzativa di un attaccante portato via da un’epifania dal principio scalognata, poi naufragata grazie all’immutabile indole di un Felipe Melo in versione “giustiziere della notte”. Ma questa è un’altra storia. Vabbè, ora tocca a te. Sei alla soglia dei trent’anni ma non farti soverchie illusioni. Qui c’è aria di rivoluzione, tu sei solo un tappa buchi e resterai – bene che vada – nell’immaginario collettivo come quell’onesto difensore giunto per pochi spiccioli nel posto giusto ma al momento sbagliato. La debacle interna di fine gennaio con l’Udinese non è colpa tua, sei a Torino da appena tre giorni, ora non esageriamo, mentre quella  successiva nel tuo debutto in bianconero, ti sfiora appena. Non hai ancora capito dove sei capitato. La squadra è in balia per mezz’ora del tuo Palermo e si sveglia solo quando ha già preso due sonore sberle. Troppo tardi, si perde miseramente una volta ancora.

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Ecco, Andrea, per ricordartelo, se solo cinque anni prima non ci avessero stuprato, saremmo nel punto più basso della nostra storia e, nonostante tutto, non ci appendiamo ad una giocata da volley del loro difensore per crearci pericolosi alibi. Questa è la Juve, lo imparerai in fretta, apprezzandone il senso fino ad esserne il primo portavoce. Quindici partite, quasi tutte da dimenticare per la Vecchia Signora, dalle quattro sconfitte alla serie interminabile di pareggi, costati addirittura l’accesso all’Europa che conta di meno. Di sicuro tu non hai sfigurato ed ora, vedrai, come quando ai giardinetti si rifanno le squadre, un posticino per te certamente lo troveranno.

Si, giardinetti un corno. Con l’arrivo di Conte, le chiavi della difesa sono le tue e ripaghi tanta fiducia non sbagliando nulla e divenendone un perno. Con l’ottimo senso della posizione sfoderi anticipi anche contro gente velocissima, mentre i tuoi tackle sempre precisi e quasi mai fallosi entusiasmano la folla al pari di una rete segnata. Qualunque compagno di reparto ha la certezza che in caso di errore nulla perduto quando entri sul prato al suo fianco, un muro invalicabile che contende a Thiago Silva la palma di miglior difensore in circolazione nell’italico mondo pallonaro. Nella difesa a quattro oppure in quella a tre alla destra di Bonucci, il tuo rendimento non ne risente di una virgola ed alla resa dei conti la stagione, nella quale è arduo individuare la prestazione che più di tutte possa diventarne l’emblema, è straordinaria.

Solo a lume di naso, giusto per memoria, sei superlativo nelle prove offerte contro le milanesi nel girone d’andata, all’Olimpico di Roma contro la Lazio, a Lecce  ed a Bergamo. Fermato da un infortunio muscolare a inizio marzo, rientri in squadra contro l’Inter come se nulla fosse accaduto e non ti fermi più, fino a raccogliere il meritato riconoscimento all’ultimo sospiro del campionato, con un rigore donato al tuo destro dai compagni nella sfida all’Atalanta ed infilato sotto la traversa con la naturalezza di un navigato cecchino, alla chemenefottamme’, si insomma, così, giusto per dimostrare ai compagni come si fa e che, tutt’al più, sei tu a regalarglieli ogni volta e questo sia chiaro una volta per tutte. Perché ogni tua rappresentazione è come una scena di un film di Chaplin. Da gustare in silenzio e senza interruzioni, spesso molto più profonda dell’iniziale senso di banalità che essa trasmette, sempre fonte di quell’ammirazione che ti lascia a bocca aperta, anche se si tratta di una semplice diagonale. E’ inutile, che tu lo voglia o meno, sei entrato in un’altra dimensione, ma questo è solo l’inizio.

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La seconda stagione è trionfale ed il dato che lo dimostra più di tutti sono le 47 presenze accumulate. Primo fra tutti per gare giocate, lo sei anche in un rendimento davvero stratosferico, dalla Supercoppa di Pechino fino all’invasione col Palermo. Sono i giorni della perfezione, quelli in cui specchiandoti avrai probabilmente intravisto la sagoma di De Niro al posto della tua. Di certo, al contrario di quest’ultimo, non hai utilizzato alcun metodo Stanislavskij, vista la penuria di interpreti del tuo livello nei quali immedesimarti.

Non ho voglia di smarrirmi nell’elogio sperticato, e così vado alla spasmodica ricerca di tue sbavare e ti rammento le amnesie del terzo anno in quel di Firenze (8a), l’incerta prestazione con la Samp (20a) e le disattenzioni ancora con la viola, stavolta in casa (27a). Mi zittisci con una trentina di prestazioni perfette, a volte sublimi, sono almeno una decina e se qualcuno dovesse dubitare gliele  elencherei una ad una. Resto di stucco di fronte ai numeri di un Marchese della pedata, l’Alberto Sordi stakanovista quanto te consapevole, sempre, della sua più famosa ed irriverente frase, da te solo pensata per non offendere troppo la sensibilità altrui. Perché, al di là di punti segnati, di sforbiciate al volo o sinistri all’incrocio che, non a caso, non arrivano, del tuo essere calciatore ci abbaglia tutto ma pazienza se che quel tutto si svolge nella fetta di prato prossima al portiere che difendi e che, in quanto tale, concede poco allo spettacolo. Ciò che sforni al di là di quel confine chiamato centrocampo, resta un’appendice che nulla aggiunge e nulla toglie alla tua storia, ed è questa la tua forza. Per la cronaca, quell’anno a fermarti è solo l’imponderabile infiammazione al tendine della caviglia contro i milanesi nerazzurri, ma quando ritorni sei tra i migliori nel derby (25a), poi il polpaccio che ti limita fortemente nel finale di stagione.

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I guai ti tormentano e quando rientri solo a marzo inoltrato della stagione successiva, la quarta, più che Chaplin ti sembra di vivere da Charlot, con la sfiga da combattere con un’astuzia chiamata perseveranza. Rilevi Tevez a tre minuti dal triplice fischio di quel Juve-Sassuolo (26a), la squadra è lanciatissima in classifica con 11 lunghezze di vantaggio sulla seconda ed il tuo ritorno è visto quasi come il canto del cigno della tua avventura in bianconero. Canto del cigno un corno. Tu la classifica nemmeno la leggi, la carta d’identità men che meno e cinque giorni dopo, titolare dopo un secolo, sei il migliore in campo sfornando una partitona in quel di Palermo altri tre e sei impeccabile a Dortmund, ulteriori quattro e brilli in casa col Genoa  esaltandoti a Monaco quando la squadra resiste strenuamente all’offensiva dei francesi nel ritorno dei quarti di coppa.

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Senza arrenderti a qualche acciacco di troppo, continui a dare tutto per la maglia che indossi e l’anno in corso lo cominci con un recupero dei tuoi a poche ore dalla sfida di Pechino. Ma le cose non vanno come dovrebbero e qualcuno, ora, ha il compito di tramutare in campo la scossa del Capitano arrivata solo dai microfoni. La squadra è chiamata a dare una continuità ad un derby vinto col cuore ed invece ad Empoli ricade miseramente nei suoi recenti vizi. E’ un’altra montagna da scalare per una squadra che sistematicamente viene punita al primo tiro in porta degli avversari, sintomo di un disagio che non può più essere nascosto come la polvere sotto ad un tappeto. Per di più la reazione è  quasi nulla ed, anzi, sono i padroni di casa ad infilarsi negli spazi offerti con veloci ripartenze. E’ allora che si materializza la sveglia. A regalarla, anche se i tuoi compiti sono ben altri, ovviamente tu, partendo all’arma bianca tra le maglie avversarie per portare scompiglio. Un vero arrembaggio oltre quel confine su richiamato, dal quale si guadagna solo un fallo laterale e, da questo, la rete che vale il momentaneo pareggio. Quest’ultimo epilogo è indipendente dalla tua volontà, anche se legato a doppio filo con il caparbio gesto di chi non vuol proprio gettare la spugna. La prima è, invece, l’immagine che ci piacerebbe ricordare tra qualche mese come quella simbolica della riscossa bianconera. Guidata da un Fausto Coppi sui pedali, petto smisurato all’infuori e vero Airone della storia bianconera, ti sei fatto crescere la barba altrimenti ti scambiano per uno della Primavera. Non tagliarla più, sennò ti propongono come minimo un quinquennale…

di Roberto Savino