Segre, scusarsi per una maglia: storie di usuale Medioevo

di Mauro Bortone |

Finire nell’occhio del ciclone per una maglia scambiata al termine della partita: è quello che di è accaduto a Jacopo Segre, centrocampista del Torino, ritenuto “colpevole” da una frangia di tifosi, che lo ha attaccato sul web, di aver postato, al termine del derby perso con la Juventus, la 10 di Dybala, chiesta per fare un regalo a un parente.

Una mossa andata di traverso a un gruppo di sostenitori del Toro, che hanno costretto il giocatore 23enne a pubblicare questo post sui social e nelle stories di Instagram per chiedere scusa: “Ho commesso l’errore di scattare una foto con la maglia di Dybala, un semplice regalo per un parente argentino. Ho sbagliato e voglio chiedere scusa a tutto il mondo Toro. Jacopo Segre è granata dentro e sarà per sempre granata”.

La vicenda non può essere derubricata, però, semplicemente come “mera cronaca” perché è incredibile che un ragazzo, classe 1997, debba arrivare a scusarsi per aver chiesto la maglia a un avversario (al di là di chi sia il destinatario del regalo) e ricevere insulti, livore e violenza per un gesto che fa parte della logica sportiva.

Per anni si è parlato del terzo tempo, come avviene in altri sport, e dell’importanza di ritrovare il senso della rivalità, che è quella che porta gli atleti a confrontarsi duramente sul rettangolo di gioco ma che non può prescindere dal rispetto umano, una volta fuori. E, invece, a parole tutti d’accordo, ma nei fatti si finisce per ricadere nei soliti fanatismi, quello che portano, appunto, un giovane a doversi scusare per una foto con la maglia di un avversario o per un like speso “male” sui social.

Segre, al contrario di quanto ha scritto qualcuno, non ha commesso alcuna “leggerezza” e non deve scusarsi per un atto compiuto nella massima genuinità e senza la volontà di offendere qualcuno. Scambiare la maglia con un avversario non lo rende meno “granata” e soprattutto non gli toglie lo status di persona: fa di lui uno sportivo vero. È assurdo anche doverlo spiegare. Ma, come direbbe Massimo Zampini, “siamo al Medioevo”. Anzi, forse, addirittura alla Preistoria.