Segnali dal futuro (?)

di Claudio Pellecchia |

Le sconfitte della Juventus, soprattutto in questa stagione, si somigliano tutte. Non solo per quel che attiene a mere questioni di campo (di Firenze ne abbiamo parlato qui) ma anche, se non soprattutto, per quel che accade fuori. Rabbia, isteria collettiva, #moriremotutti e “si stava meglio quando si stava peggio”. Si arriva a un punto di non ritorno (spostato sempre più in avanti a seconda dell’entità della caduta) in cui ci si aggrappa a tutto, dalle parole della conferenza stampa disattese alla prova dei fatti, a quel che combinano i calciatori nel proprio tempo libero:

Sia chiaro: questo tweet ci fornisce solo lo spunto per sviluppare il nostro ragionamento. Non vuole assolutamente essere una critica nei confronti della persona citata, che ha una sua personale visione delle cose da rispettare (e che, probabilmente, esula dal risultato finale essendo figlia di sue precise convinzioni). Ma non da condividere, almeno per quel che riguarda lo scrivente. Soprattutto se, come accade puntualmente, si (s)cade nella generalizzazione. Se fine ciclo sarà, i segnali arriveranno non dalle dichiarazioni fuori script di Allegri in conferenza o dall’uso smodato dei social di Alves & co. (tra l’altro a Barcellona era pure peggio da questo punto di vista) quanto, piuttosto, dal non riuscire a trovare, con il passare dei mesi, il giusto equilibrio tra le idee tattiche dell’allenatore e il modus operandi dei senatori,  dal non poter quantificare la centralità e l’importanza di Pjanic, dal non risolvere l’equivoco legato a quanti e quali moduli usare in relazione a questo o quell’avversario.

Sembra quasi che in ogni ko della Juventus ci sia sempre dell’altro, qualcosa di metafisico o astratto, riconducibile a una dimensione diversa da quella meramente sportiva e che esula persino dal vecchio (ma sempre attuale) adagio di Rocco «palo-rete sei un campione, palo-fuori sei un coglione» (e il “Paròn” mi perdoni l’italianizzazione del suo motto più celebre, ma non son pratico del dialetto triestino). Fateci caso: ad ogni non vittoria ci si focalizza sempre sulla “fame che non c’è più” (e qui la colpa, è anche dei giocatori), sugli attributi che gli altri avrebbero e noi no, sulla voglia che (non) si mette nella singola gara, sull’aspetto psicologico di chi è reduce da un quinquennio di trionfi, sul menefreghismo dei protagonisti che sui social sembrano essere i classici “leoni da tastiera” fino alla prova dei fatti; quasi mai sulle questioni tecnico-tattiche, sul perché Higuain abbia calciato in porta la metà delle volte rispetto alla scorsa stagione, sul come la tendenza ad abbassare troppo il baricentro in fase di non possesso abbia come immediata conseguenza il subire fisicamente gli avversari per larghi tratti, sulla necessità di un centrocampista di qualità in grado di facilitare l’uscita della palla eludendo il primo pressing avversario.

Talvolta la realtà è proprio per come appare: la Juventus perde perché ha giocato male o perché gli avversari hanno giocato meglio. Punto, azzerare, provare a porre rimedio a difetti ormai acclarati e ripartire, senza cercare per forza segnali esterni di un qualcosa che, per sua natura, attiene essenzialmente al campo. Tanto più che Evra postava video rivedibili su Instagram anche nel 2015 da sogno, così come Allegri faceva il brillante in conferenza stampa sulla strada di Berlino e in quella della rimonta impossibile dell’ultima stagione.

Forse ho sbagliato io. Forse Rocco c’entra ancora in tutto questo: «palo-rete evviva il cazzeggio sui social, palo-fuori sono i segnali della notte incombente». Magari fosse tutto così semplice.