Uno Scudetto fino alla fine (coi fuochi d’artificio)

di Sandro Scarpa |

Il gol di Koulibaly al 90° di Juve-Napoli avrebbe ammazzato un toro e un campionato.

Alla fine ha ammazzato il toro più giovane ed inesperto, quello non abituato alla corrida emozionale di un testa a testa col toro vecchio e navigato, vincitore di mille battaglie e con innumerevole tacche di matador ammazzati in questi anni.

Al gol di Koulibaly sono scattati i legittimi fuochi d’artificio, i giustificatissimi festeggiamenti, l’estasi e l’orgasmo per una vittoria dopo 6 lunghi anni di umiliazioni in uno Stadio Mostro, inviolabile per definizione. Davide aveva abbattuto Golia, la squadra miracolo del belgioco che difende un’intera città e attira le simpatie di mezza Italia, aveva sconfitto e scornato i vecchi campioni, in casa loro, avviati mestamente allo ZeroPlete.

Una gara -persa e malamente giocata solo al risparmio e all’obiettivo minimo dello 0-0 e gestione del vantaggio- aveva sgretolato certezze costruite in sei lunghi anni e centinaia di partite e fatto esplodere frustrazioni ed astinenze azzurre di tre lunghi decenni.

Buffon che va a salutare e complimentarsi solo con i rivali, gli altri bianconeri che si infilano nel tunnel a testa bassa. Il Napoli che festeggia sul campo, Napoli che esplode in un Capodanno di fine Aprile, migliaia di persone all’arrivo notturno all’aeroporto, centinaia di persone a festeggiare per giorni l’avvento di una nuova era, la gioia più attesa di sempre, un’afflato generazionale di eterni sconfitti che finalmente trionfano e la gioia di una vittoria, di uno Scudetto unita alla goduria ancor più grande di aver chiuso l’epoca dominante nel Nemico più odiato. Perché alla fine, in certi ambienti che pure si vantano di essere “D’Amore” quando la rassegnazione e la frustrazione è atavica (30 anni sono un secolo nel calcio) e quando i veleni, il senso di ingiustizia e la rabbia vengono alimentate e fomentate quotidianamente, l’Odio per il Nemico prevale sull’Amore per la propria squadra.

Scene deliranti e -ripeto- giustificatissime per giorni, nonostante quel +1 ancora ben scolpito in classifica.

Scene deliranti e -di sicuro- ingiustificate per giorni, in gran parte della tifoseria Juve, nonostante una squadra che in 6 anni ha dato prova di una tenacia e resilienza spaventosa.

A quel punto, già da quella notte, con un Sarri estremamente lucido che lanciava parole di soddisfazione ma che cercava -invano- di estinguere il fuoco già divampato dell’impresa ormai raggiunta e, dall’altro lato un Allegri nervoso ma consapevole di “potersi davvero divertire” da quel momento in poi, sotto la delusione, sotto i colpi del granitico mondo Juve che vacillava, in realtà correvano già i fili e le tracce di quello che sarebbe successo poi: Napoli cotto e Juve furiosa.

I proclami sui social di giornalisti e giornalai, TV e radio in festa, a Napoli ma non solo, la combinazione ferale tra il mondo azzurro e quello nerazzuro, teso molto di più a festeggiare il funerale Juve (“benvenuti al vostro 5 maggio“) che il ritorno eventuale in Champions, i segni di “ambiente juventino destabilizzato” e clima napoletano sulle ali del successo, insomma tutto il mondo alla rovescia che si è vissuto nella settimana successiva, ha invece complottato nel giro all’ennesima prova di straordinaria attitudine al comando e alla vittoria della Juve e all’ennesima prova di inadeguatezza alla gestione emotiva del successo a portata di mano da parte del Napoli.

E così, in 7 giorni da Inter-Juve a Napoli-Toro, abbiamo avuto una sintesi formidabile del calcio italiano di questi anni: la Juve che chiude l’Inter e la manda al tappeto, l’Inter che ribolle e schiuma rabbia per le presunte ingiustizie, la Juve avanti un uomo e un gol che si addormenta ma poi, sotto di un gol e al limite del baratro carica a testa bassa e con la classe dei suoi ribalta risultato, gara e Destino. Poi le lacrime di Icardi -novello Ronaldo- e quelle di gioia di Barzagli. Poi ancora il solito teatro tragicomico sui media, i veleni, le ingiustizie, il ritorno a Iuliano-Ronaldo, le accuse, i labiali, i video che spuntano, i soliti tristi protagonisti del passato (Colonnese, Simoni, Moratti), i soliti quotidiani, giornalisti e vip fiancheggiatori.

E tutto è continuato in una scia prestabilita: la solita implosione mentale del Napoli a Firenze, il beffardo ricorso storico di un Simeone (junior), le lacrime di Allan (poderoso fino alla fine), e gli ululati napolisti che piangono per un mancato giallo e non per la più sonora delle sconfitte, proprio alla prova del 9.

E via così ancora, un’incredibile sequela di eventi, in realtà assolutamente logici e sensati a guardare gli ultimi anni: la Juve che affronta una squadra in vacanza che non si scansa affatto, l’approccio molle di chi si ritiene superiore, la sofferenza, la rimonta, la classe del singolo, i 10 minuti di dominio, i cambi in corsa di Allegri che rimedia (sempre, fino a prova contraria) ai suoi errori, un fuoriclasse –Dybala– che come Higuain con l’Inter segna anche alla fine di una prova opaca. E poi ancora (e ancora) la tragicommedia, stavolta solo di sponda napolista, visto che a Gazzetta e soci, se non c’è di mezzo l’Inter interessa ben poco la polemica.

Infine l’epilogo, un Napoli ancora incapace di reggere il colpo, un allenatore fantastico incapace di gestire forze fisiche e mentali dei suoi e un’altra squadra -il Torino– che con Fiorentina da un lato e assieme ad Inter e Bologna (le quattro tifoserie che in assoluto avrebbero voluto una fine diversa) fanno tornare tutto a ciò che doveva essere e non era stato: la Juve vince e va a prendersi il trionfo più duro, più bello, più infarcito di emozioni paradossali e altalenanti.

Ho sentito i fuochi d’artificio al gol di Koulibaly, quelli all’autogol di Barzagli, quelli al rigore trasformato da Verdi. Poi ho sentito il crepitare dei cuori juventini, quelli che non hanno mai mollato, quelli che avevano già prefigurato la fine di un Impero. Tutti, dal primo degli allegristi fino alla morte al primo detrattore di questa gestione tattica stagionale, sono esplosi di gioia a quella zuccata di Higuain, a quel fenomenale mulinare di piedi di Douglas Costa.

Lo scudetto della sofferenza, della consapevolezza, della sublimazione totale e finale del #FinoAllaFine.

L’Impero è caduto o forse no, l’impero Juve non tramonta mai, si rinnova ogni istante alimentato da una voglia inesausta di primeggiare. Non esiste più un anno di fine ciclo, perché anche in quello che poteva esserlo contro una rivale portentosa sul piano dei risultati, la Juve fa 91 punti, il record di gol e arriva ad un soffio dal battere la squadra più forte d’Europa degli ultimi 20 anni.

Abbiamo vinto, ancora e ancora, passando dalla notte più buia al più accecante ritorno alla normalità.

Ora festeggiamo i nostri Capitani, ce lo meritiamo, stavolta più che mai!