La sconfitta della testa, la missione (quasi) impossibile

di Giulio Gori |

testa

La Juventus è stata mangiata viva dall’Atletico Madrid. Divorata. La partita al Wanda Metropolitano è stata per i tifosi bianconeri una bruciante delusione. Le aspettative di mesi e mesi sono state schiacciate dalla superiore cattiveria degli spagnoli. Ma una partita meritatamente persa è pur sempre una partita che va analizzata per quello che è, e non secondo delle posizioni preconcette. Si possono chiamare in causa le caratteristiche di Allegri in molte occasioni, ovvero il suo modo light di allenare la tattica, ma non in questo caso perché la tattica stavolta ha avuto un peso relativo.

La responsabilità della sconfitta stavolta è totalmente dei giocatori. E il motivo della loro cattiva prestazione sta nella loro testa. L’Atletico è una squadra fisica, ma non così tanto da schiacciare clamorosamente una squadra altrettanto fisica come la Juventus. Eppure i giocatori bianconeri hanno sistematicamente perso contrasti e rimpalli. Questo significa solo una cosa: che la loro mente non era libera, che avevano paura, incertezza, mentre gli avversari hanno assalito la Juventus all’arma bianca. L’Atletico si è trovato nella condizione favorevole di aver tutto da guadagnare, mentre i bianconeri sono stati schiacciati dal peso di mesi in cui sono stati dati per assoluti favoriti, se non addirittura per vincitori sicuri, di una competizione in verità difficilissima. Succede spesso di trovarsi favoriti in partite delicate, dentro-fuori, ma, quando il divario tecnico è ampio, la qualità copre i limiti determinati da eventuali ombre psicologiche. Ma l’Atletico è squadra tecnicamente fortissima, a livello quasi dei bianconeri. Il mismatch mentale è stato devastante, lo si è visto in ogni corpo a corpo. Allegri In questo caso non ha molte responsabilità, anzi le sue parole negli scorsi giorni ci danno l’idea che avesse colto il problema e avesse cercato di spiegare ai ragazzi che vincere non è affatto un obbligo, che è sempre difficile, che la Champions debba essere una grande opportunità, non un’ossessione. Evidentemente non è bastato. Chi crede che i giocatori di calcio siano immuni a questi problemi non coglie l’essenza del pallone, cioè che la testa è quanto di più scivoloso ci possa essere. E chi crede che si tratti di argomenti senza rilievo calcistico non si rende conto di quanto pesino le virgole, perché ad altissimi livelli basta una virgola a determinare un’enorme differenza tra due squadre.

Ora c’è il ritorno, una montagna altissima, quasi impossibile da valicare. Il 2-0 è un risultato tremendo perché se non si segna fuori casa, al ritorno tra le mura amiche il primo gol degli avversari vale già doppio. Questo per la Juventus sarà un ulteriore spada di Damocle, ma almeno non ci sarà più la paura di perdere, di uscire dalla Champions. Da questo punto di vista il peso della responsabilità passerà all’Atletico, specie se la Juventus riuscirà a segnare presto un goal. Dal punto di vista tecnico e tattico ci sono comunque delle considerazioni da fare. I due gol subiti a Madrid sono stati abbastanza casuali, meritatissimi alla luce dei 90 minuti, ma casuali. Non c’è infatti un problema difensivo sulle palle inattive e a dircelo è il fatto che in entrambe le occasioni che hanno portato l’Atletico in gol è stato un giocatore della Juventus a toccare per primo il pallone. Il vero problema semmai è un secondo fattore: l’Atletico è stato quasi sempre capace di riconquistare palla sulla propria trequarti e di ripartire rapidamente. E qui torna in causa Allegri: a Torino il problema della Juventus saranno i contropiedi, il mister deve trovare un modo per permettere alla squadra di perdere palla in modo innocuo. C’è bisogno in altre parole di coinvolgere maggiormente nel possesso palla i due giocatori più talentuosi, Ronaldo e Dybala, in modo da avere alle loro spalle una linea di pressing capace di recuperare il pallone agevolmente. Perché se, come a Madrid, ad andare nell’imbuto sono i centrocampisti bianconeri, al momento della perdita del possesso non c’è alle loro spalle un filtro che impedisca l’inizio di un contropiede. Ribaltare il risultato e guadagnare la qualificazione ai quarti è impresa difficilissima, ancora più contro una squadra tosta come l’Atletico. Ma è pur vero, che a uno sguardo attento non si trattava di un compito agevole neppure prima della disastrosa partita di andata. È perciò chiaro che se i giocatori della Juventus hanno il dovere di provarci in campo, non c’è alcuna ragione al mondo per cui i tifosi debbano dare per persa ogni possibilità, per quanto ridotta. Se lo slogan «fino alla fine» ha un senso, lo ha proprio in queste occasioni, altrimenti è solo una vuota etichetta utile per gli sciocchi. D’altronde vincere la Champions è difficilissimo anche senza bisogno incappare in batoste come quella di mercoledì scorso, e quindi si rassegni chi pensa che alzarla al cielo possa essere una passeggiata anche cambiando l’allenatore, il centrocampo o il consigliere spirituale. Ci sarà da soffrire anche gli anni prossimi, comunque andrà, ci sarà da soffrire sempre. Intelligenza, talento, concentrazione, freddezza, sudore, tanto sudore, questo è il calcio. Se la sofferenza non piace è meglio occuparsi di altro.