Sconfitta salutare? Sconfitta e basta

di Claudio Pellecchia |

La fortuna di poter scrivere per un sito come Juventibus, tanto più in un’epoca in cui l’appiattimento dell’informazione (sportiva e non) è stata causata principalmente dalla scelta di editori e giornalisti di dare in pasto alla gente ciò che la gente chiede, spesso a discapito della verità oggettiva dei fatti, è quella di non dover seguire una linea editoriale. Quanto meno nel senso stretto del termine.

C’è una partita e noi ve la raccontiamo così come ciascuno di noi l’ha vista, talvolta in disaccordo gli uni con gli altri. E spesso, in questo spazio, ci avete “rimproverato” (se di rimprovero si può parlare) di non avere una posizione univoca, di scrivere qualcosa un giorno e il suo esatto opposto quello dopo: ma, posto che difficilmente troverete su questi lidi qualcosa che si discosti troppo dal comune sentire dell’analisi dei fatti nella loro oggettività, credo sia indubbio che la dissonanza di vedute in certi ambiti sia alla base di un arricchimento reciproco e finalizzato a trovare spiegazioni anche a qualcosa che, apparentemente, sembra non averne. Tipo la mezz’ora iniziale del Ferraris.

Per questo mi sarebbe piaciuto avervi come spettatori nella chat di gruppo redazionale dalle 15.00 alle 17.00 (comunque uno spettacolo migliore di quello in campo, ne converrete). Fosse stato possibile, vi sareste trovati di fronte ai classici topics del dibattito da bar: preparazione, gioco scadente, infortuni, formazione iniziale, ritmo compassato, sindrome da appagamento post Champions, gestione dei calci piazzati, Allegri genio o sregolatezza a seconda dei casi (n.d.r. Alves centrale di difesa e Lichtsteiner esterno sono il più classico dei “bene, ma non benissimo”). Niente di diverso, quindi, da quello che si trova in giro per la rete o davanti a una birra con gli amici. Con tutte le concordanze e discordanze del caso.

In particolare, lo scrivente non si è trovato d’accordo con uno dei topoi classici da post caduta della Juventus: quello dello “schiaffo che fa bene”, della “sconfitta che servirà”. Tanto vale far chiarezza su un punto: una sconfitta serve quando dalle cause che hanno portato alla stessa si traggono gli insegnamenti affinché certi errori e/o passaggi a vuoto non si ripetano. E, nell’ultimo quinquennio, due sono state le partite di questo tipo: Firenze nel 2013/2014 e Sassuolo l’anno scorso. Le restanti (non tantissime, fortunatamente) hanno talvolta obbedito alla legge della mera casualità, talvolta a quella di un avversario più forte.

Non credo, quindi, sia sbagliato affermare che la piallata di Genova (chiamiamo le cose con il loro nome) non rientri nelle categorie di cui sopra, tanto meno in quella della “sconfitta salutare”. E, ad analizzarla per bene, ci si rende conto di come in essa convivano non solo gli atavici difetti strutturali di cui parliamo da un pò, ma anche i continui rimandi agli altri due ko stagionali, quelli che avrebbero dovuto farci bene a loro volta. Contro i volenterosi corridori di Juric si sono viste, alternativamente, la supponenza di chi credeva di aver vinto ancor prima di iniziare (già assaporata nei minuti successivi allo 0-1 di Lichtsteiner contro l’Inter) e la mancanza di reazione una volta arrivato lo schiaffo (anzi, tre) come nel caso del ko contro il Milan. Più tutto quel che già sappiamo/sapete: difficoltà nella circolazione di palla, mancanza di ritmo, gestione della gara in attesa dell’episodio su cui vivacchiare (che non sempre arriva), condizione rivedibile per essere a dicembre, situazione infortuni, traumatici e non , che ha già superato il livello di guardia della scorsa stagione.

Dopo Siviglia vi avevamo citato un celebre aforisma di Marcelo Bielsa: «Ci sono le sconfitte che servono a qualcosa e le vittorie che non servono a nulla». Ecco, l’impressione è che la Juventus, al momento, non sia in grado di trarre indicazioni utili né dalle une (Milan, Inter, Genoa), né dalle altre (Palermo, Udinese, il pareggio con il Lione): ed è difficile dire se e quando sarà in grado di farlo, al netto delle dichiarazioni a mezzo social dei diretti interessati che, ciclicamente, sembrano ricadere negli stessi sbagli della volta precedente. E questo nonostante classifiche, dati e stats (che saranno anche freddi come i numeri, ma non sempre raccontano tutta la verità) siano ancora saldamente dalla parte di Allegri & co. e senza voler peccare di lesa maestà nei confronti di nessuno. Ad eccezione di chi continua a raccontare di sconfitte più o meno salutari, senza capire la reale portata delle stesse.

Non si chiede a questa squadra di vincere ogni partita 4/5-0. Nessuno può, nemmeno il Barcellona. Ma fingere che tutto vada bene solo perché siamo primi urbi et orbi è qualcosa che potrebbe fare più male del primo tempo contro i rossoblù.