La scatola del cuore di ogni juventino

Quando c’è in ballo il cuore, si mette in moto la parte irrazionale. E’ lei che riproduce il film dei ricordi più vero. E’ questo il talento dell’uomo: muovere la cinepresa che c’è in ognuno di noi quando ci si lascia andare, quando le endorfine inondano il senso del dover per forza ragionare secondo linee guida. 

E’ un film diverso per ognuno, e non ne esistono due copie neanche all’interno del singolo tifoso juventino che si sforzi di rivivere e riassistere a questo travolgente ciclo. E’ colpa sua, della testa, anche quando è leggera, che spinge a catalogare e poi sovrapporre ogni immagine, ogni sussulto ed emozione di cui si ritiene di conservare il ricordo esatto. Pensare di potersele riprodurre è mera illusione, così alla fine diventano anche queste immagini, proiezioni attualizzate del sé. Fortunatamente ci sono anche i fatti. E il cocktail diventa micidiale: diapositive su diapositive, volti su volti, gesti, parole, intenti, risultati, cori, urla, delusioni, formazioni, litigate, desideri. Nella scatola del cuore lo spazio è illimitato.

Si va dall’ormai dimenticata Bardonecchia alle Officine Grandi Riparazioni che hanno ospitato il grande gala aziendale Juventus a ridosso del fiume umano torinese: guai a mettere due o più juventini a confronto. Chi ci mette il carico (perché c’è sempre un momento con più enfasi di un altro, secondo una scala gerarchica senza più regole), chi sposta la prospettiva (il calcio è il re indiscusso degli sport relativi), chi guarda alla panchina (allenatore o riserve), chi al cognome che unisce da sempre (Agnelli), chi al nome del singolo calciatore (non uno, nemmeno uno, che non accenda ancora fantasie, dibattiti, battaglie personali: non Peluso, non Estigarribia, non Sturaro, non Storari, non Howedes, non Isla, Ogbonna o Giovinco, guai poi passare ai grandi ex), chi ripensa all’azione, al gol in quanto tale (Pogba al Chievo, Morata all’Inter, Barzagli all’Atalanta o fate voi), al senso di quell’altro gol in quanto vale (Vucinic, Coppa Italia, al Milan o anche solo ai due di Caceres all’andata, Giaccherini, Zaza, Borriello, Cuadrado, Higuain o fate voi), alla dinamica della partita o alla morale di questa. E avanti così, che non è mai finita.

All’interno di questo avvolgente magma, esiste un unico significativo distinguo in grado di sintetizzare il gruppo di appartenenza. Contiani o allegristi, non siete nessuno. Esteti o risultatisti, scannatevi per sempre. Italianisti o europeisti, ovvero il cane che si morde la coda. Perché la si deve vivere, ormai, su un altro livello…

Il distinguo è un altro, e uno soltanto. Ci va solo un pizzico in più di consapevolezza. Perché, appunto, c’è in ballo una scatola a forma di cuore. Ed è l’unico distinguo capace di generare un corto circuito comunicativo che spazzi via torto o ragione:

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Ci sono due lingue diverse, che possono avere anche significati identici,

ma sono idiomi ostinati e ostinati sono i loro locutori.

Una di chi tiene sempre aperta quella scatola davanti a sé,

rassicurante e fonte di vitalità sportiva. Religione.

L’altra propria di chi la scatola la custodisce gelosamente,

un po’ nascosta e non meno colma del religioso,

da vergognarsene in pubblico perché il sapere non deve mostrare l’anima.

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Eppure, nudi davanti alla vittoria che è l’unica cosa che conta, siamo tutti molto ma molto simili.