Ricordo agli ex-sarristi che ho avuto Tricella capitano

di Fabio Giambò |

L’addio di Sarri al Napoli ha aperto tante discussioni, anche tante speranze, napoletane e non: “non dimentichiamoci mai la stagione 17/18, così come oggi tutti ricordano l’Olanda anni ‘70”. Io ho un pensiero che la massa etichetta in una certa (disprezzata) maniera, ma poco m’importa, pensiero che ho già espresso nei mesi scorsi: questo Napoli ha impensierito la Juve più del solito perché ha imparato a vincere più che a convincere nel nome dello spettacolo, discorso totalmente differente rispetto al Napoli 16/17, o anche, pur in forma minore, 15/16. Perché ritengo sia intellettualmente scorretto non ricordare la storia: Sarri ha sacrificato due delle tre teste della propria creatura per tentare di far indossare la corona alla superstite. E l’ha fatto vincendo tante partite come le vince chi bada più al sodo che al bello: guardate quante vittorie sofferte, quante in rimonta, quanti gol fatti da palla da fermo.

Poi anche quella testa residua è stata ghigliottinata, e allora si è dato il via alla ricerca dello scandalo: una volta è che si gioca prima, una volta è che si gioca dopo, una volta è che si gioca alle 12:30, una volta è che ti manca un (solo) titolare, una volta è l’arbitro, una volta è il VAR. Ce n’è sempre per tutti i gusti, tanto se sputando in aria poi ci si ritrova con una macchia bianca in testa, in pochi ci fanno caso: “questo Napoli 17/18 è come l’Olanda ‘70”, ricordiamolo sempre. Ognuno è libero di avere le idee che più ritiene adeguate, ma allo stesso modo ognuno è libero di non allinearsi alla massa: a me, per esempio, il calcio piace, piace il bel gioco, ma ho il terribile difetto che ciò che mi piace di più è vincere. E non lo dico da avvocato di Allegri (anzi!), ma da osservatore (che magari non capisce nulla) che della Juventus si è innamorato nell’era fra Platini e Roberto Baggio, quella con Tricella capitano e Zavarov, Rui Barros, De Agostini o addirittura Marocchi col numero dieci sulla schiena. Un apolide, ovvio, come gli Hamsik, i Reina, i Koulibaly, gli idoli indiscussi della – dicono – più bella squadra d’Italia.

Con il tifo più caloroso d’Italia che però sembra improvvisamente essere maturato perché prima il titolo del gioco, fermo restando quanto detto fino ad ora, era considerato anche più importante della filosofia secondo la quale “vincere è l’unica cosa che conta”, ma è bastata la firma di Ancelotti per sconvolgere anni di convinzioni: “Che ce ne fotte ‘ro calcio spettacolo, mò amma vencere!”. Così magari finalmente un giorno tutti si renderanno conto di quello che ha fatto questa Juve, anche se è chiaro che tutti lo sanno già oggi, ma immaginiamoci il primo passo falso bianconero dopo questo dominio clamoroso della Vecchia Signora: “Hai visto? Questa vittoria è arrivata contro la squadra più vincente della storia d’Italia”. La squadra più vincente della storia d’Italia: l’unica incontrovertibile realtà che sta facendo impazzire il 70% degli italiani folli per quel pallone che manda in tilt milioni di persone.