Sarri, da talebano a top coach

di Milena Trecarichi |

La Juve degli ultimi mesi, pur vincendo, evoca nel tifoso alcuni tratti dello spettro della squadra “speculativa” vista lo scorso anno: tendenza ad abbassarsi in non possesso, pressing individuale e non organizzato, poche occasioni da gol create.

“Sarri non era stato scelto per far giocare meglio la squadra?”
“Dov’é finito il Sarriball?”

Dimenticare il Napoli di Sarri è il presupposto iniziale fondamentale per analizzare le ultime uscite.

Lo spiega lo stesso Sarri parlando dell’esigenza di adattarsi alle caratteristiche dei calciatori, dichiarazioni percepite da molti come un segnale di resa. Niente di più sbagliato!

Sarri dimostra semplicemente di non essere il talebano tattico dipinto da molti, che deve imporre il suo gioco, infischiandosene del contesto e dei giocatori. Maturità calcistica messa in mostra già al Chelsea e dote importante per poter allenare un top club che comprende, oltre alla conoscenza delle caratteristiche dei calciatori, anche la gestione dei momenti, capire quando si può premere il piede sull’acceleratore e quando no, quando la squadra attraversa un buon momento atletico e quando no, o che alcuni calciatori fanno fatica con ritmi elevati.

Il Napoli di Sarri era una squadra perfettamente simmetrica, il Chelsea lo era meno, la Juve ancora meno.

Il Napoli di Sarri non aveva grandi individualità, i calciatori erano totalmente a servizio delle idee del tecnico per raggiungere determinati obiettivi. Inoltre i calciatori erano 11, forse 13 validi, per cui o si andava con quelli o si spaccava. Le gare potevi vincerle solo con la perfetta esecuzione del Sarrismo, anzi, di quel tipo estremo di Sarrismo.

La Juve pullula di individualità, questo rende consapevole tecnico e squadra che, pur non esprimendo un gioco brillante per 95 minuti, la stoccata di un singolo o la combinazione singola di più talenti può risolvere le partite.

Errato però paragonare la Juve attuale a quella dell’anno scorso, solo un aspetto è rimasto invariato: il culto della vittoria. Il modo di ricercarla è cambiato e chi non lo riconosce è palesemente in malafede o ha difficoltà a vedere realmente le gare. Pur nelle difficoltà a Bergamo si è vista una difesa alta e la volontà, dopo il pareggio raggiunto, di muovere palla in modo fluido, cercare la giocata. Anche se siamo ben distanti dalla velocità richiesta dal tecnico, basti vedere il gol del 2-1 di Higuain, frutto di un’azione manovrata di stampo sarriano.

Contro il roccioso Atletico, mai facile da incontrare, si sono registrati miglioramenti (soprattutto nel 1° tempo) in velocità e qualità di palleggio e anche in fase di recupero palla. L’unico neo è rappresentato dalla poche occasioni gol create, ultimamente una costante, con annessa sofferenza finale.

In fase di possesso palla restano molti i margini di miglioramento, mentre i dubbi continuano a riguardare la fase di non possesso, con molti interpreti non adatti ad un pressing asfissiante, motivo per cui la squadra tende ad abbassarsi pur non essendo una richiesta specifica dell’attuale guida tecnica.

Su un aspetto tutti d’accordo: urge recuperare Cristiano, apparso in condizione psico-fisica deficitaria. Se il fisico non è un problema (tornerà al top), a preoccupare è l’atteggiamento mentale di CR7, apparso stranamente spento e rinunciatario, pur incoraggiato dal pubblico (più partecipe del solito) e dallo stesso Sarri dalla panchina.

Godiamoci Dybala, finalmente punta (e saluti al “tuttocampista“) e de Ligt (“Più forte Bastoni” cit.), muro insuperabile. Saluti affettuosi anche a quelli del “fino al confine” che dovranno battagliare per altri due turni di Champions e sperare in congiunzioni astrali per passare il turno, con la Juve che il confine l’ha varcato da un pezzo.