Sarri seems to be the hardest word

di Nevio Capella |

C’è stata una serata in particolare di questo lungo, infinito mese trascorso ad aspettare un nome e a consumare il tasto F5 dei nostri pc, in cui nella chat interna di Juventibus il buon Sandro Scarpa ha fatto partire un piccolo delirio durato circa mezz’ora parafrasando il titolo della celebre canzone di Elton John con il nome di colui che ormai sembrava essere a tutti gli effetti il prescelto.
Quell’intervallo di tempo ci ha aiutato a stemperare lievemente l’attesa di una comunicazione ufficiale, ma ha rappresentato anche una geniale imbeccata per me che non vedevo l’ora di dare un personalissimo benvenuto all’allenatore napoletano/toscano cresciuto a Bergamo.

Trascorse già più di alcuni giorni dall’annuncio ufficiale della Juventus (che ad onor del vero, è stato dato con cinque minuti di anticipo dal sito del Chelsea…), la parola “Sarri” sembra realmente difficile da dire come dice la canzone e forse anche da digerire per una larga parte del tifo bianconero.
La lunga attesa dell’investitura ha avuto tra i pochissimi pregi quello di poterci lentamente abituare all’idea dell’ex allenatore dei blues ma soprattutto a sviscerare, forse anche eccessivamente, quelli che sono pregi e difetti del suo personaggio.
Sarò sincero: non sono entusiasta e nemmeno troppo ottimista per la prossima stagione, ma in questo so di essere pesantemente condizionato dall’iconografia che il “Maestro” ha aiutato in prima persona a costruire con il suo modo di fare, dire e agire durante il triennio napoletano.
Ho provato a diluire lo scoramento che sapevo di dover provare al momento dell’ufficialità, eppure non mi è stato sufficiente per non vivere almeno un paio di ore infernali nel pomeriggio dell’annuncio, manco a farlo a posta proprio a cavallo dell’orario di digestione.

Sarri, l’indigeribile Maurizio Sarri.
Diciamoci la verità, questo nome avrebbe causato un bonario sorriso tendente alla commiserazione di chiunque avesse osato proporlo per un futuro sulla nostra panchina non più tardi di un anno fa, uno sguardo misto tra il sospettoso e il convinto fino a quattro o cinque mesi fa, infine una reazione che tradotta in parole sarebbe stata “se stai scherzando, dimmelo subito!” negli ultimi 45 giorni.
Di sicuro non è compito mio giudicare e sviscerare Sarri dal punto di vista tecnico e quindi fare le pulci al modo in cui svolge il suo mestiere, ma certamente le mie perplessità sono tutt’altro che vincolate all’aspetto esteriore che però, oggettivamente, appare lontano anni luce al proverbiale stile Juve di cui forse si è talmente romanzato da farlo lentamente dissolvere nel tempo.

Non è la celebre tuta a fare da discriminante, e men che meno quello quel filtrino con cui è solito sostituire in campo la fedele amica sigaretta, ma un insieme di atteggiamenti con i quali il buon Maurizio non solo si era automaticamente identificato come capo popolo in quel di Napoli, ma aveva assunto quell’immagine di combattente e oppositore  delle famose “stanze del potere” e di quel tanto romanzato “palazzo” che negli ultimi mesi all’ombra del Vesuvio dichiarò addirittura di voler andare a conquistare.
Non a caso qualche precoce risentito n queste ore glielo ha ricordato, facendogli presente che ora di quel palazzo gli sono state consegnate le chiavi.

Sciocchezze, un mare di sciocchezze, da cui vorrei che il mister si dissociasse alla prima occasione utile, pur avendo piena consapevolezza che questo non accadrà se non nella mia testa che volentieri cancellerebbe alcuni flashback, in primis quel dito medio che ci sbatté simbolicamente in faccia dal pullman che lo stava conducendo nella pancia dello Stadium  per l’ultima volta nelle vesti di nemico.
E tutto sommato, credo un paio di mesi full immersion in un ambiente per lui completamente inedito, siano un a buona panacea per quell’odiosa tendenza vittimista e il continuo accampare scuse che con noi ha veramente poco a che vedere.
Certo, parliamo di sfaccettature estranee alle dinamiche di campo, per fortuna, ma come ho già detto ho forti perplessità anche su alcuni aspetti della sua filosofia che persino nell’era del bel gioco di Napoli unanimemente riconosciuto, non mi convincevano.
Alludo in particolare alla spremitura compulsiva della rosa, già di per se non vastissima, con cui nell’ultimo anno a Napoli arrivò allo sprint finale cotto almeno quanto la Juventus che non a caso portò a casa l’ennesimo scudetto più di nervi che altro, strategia che alla lunga aveva consumato quei 5-6 alfieri arrivati a primavera con un minutaggio eccessivo nelle gambe.
Altro fattore che mi preoccupa è il rapportarsi a giocatori con personalità e caratteri diversi da quelli a cui è stato storicamente abituato, se si eccettua l’ultimo anno a Londra in una squadra che comunque aveva una rosa numericamente e qualitativamente non paragonabile a quella che troverà a sua disposizione a Torino, al netto delle prossime operazioni di mercato in entrata ed uscita.

Diverso è il discorso sulle pressioni, considerato che se a Napoli alla lunga anche lui aveva ceduto alla turbolenza e all’impazienza della piazza, in Inghilterra c’è stato un preciso momento della stagione in cui il suo “castello” è apparso pericolante come non mai e sul punto di crollare, quando addirittura si sussurrava di un possibile esonero e invece lavorando in silenzio, Sarri ha avuto ragione portando a casa la qualificazione alla prossima Champions e soprattutto la vittoria dell’Europa League.
E’ pur vero che in entrambi i casi, il conseguimento di questi traguardi è stato facilitato da una serie di “botte di fortuna” non trascurabili, su tutte il suicidio dell’Arsenal in campionato e una pazza lotteria dei rigori nella semifinale contro l’Eintracht.

Infine, le mie ultime perplessità sono legate ad un aspetto più che altro filosofico che viene completamente sconfessato da questa scelta, e alludo alle diverse volte in cui Agnelli ci ha esplicitamente detto, o lasciato intendere sottobanco, che la Juventus era ormai costantemente impegnata in un percorso di crescita del brand, guidata da una generazione di giovani con le idee chiare su come diventare artefici e fautori di un cambiamento culturale dell’intero movimento calcistico.
Ma ormai tant’è, e alcuni amici che capiscono di calcio più di me provano a convincermi che Sarri riuscirà a prendersi una squadra così prestigiosa e a non dilapidare quella che oggettivamente è l’occasione di una carriera.
Contestualmente mi è arrivato in soccorso anche il pezzo di Massimo Zampini che consiglio vivamente a tutti quelli che come me stanno vivendo ore di travaglio.

In conclusione spero sia chiaro che il mio è sostanzialmente un ragionamento di speranza rivolto in particolare agli scettici (eufemismo) a cui appartengo, fatto però con toni già molto diversi da quelli decisamente più duri e meno accomodanti con cui avevo messo in cantiere la bozza di questo pezzo che al suo termine contiene una domanda ben precisa: quanto siamo convinti delle nostre parole quando affermiamo che la Juventus è l’amore di una vita e un dogma incrollabile che nessuno potrà mai mettere in discussione?
Perché se davvero di dogma si tratta, non possiamo mollare, pensare di prenderci il proverbiale anno sabbatico (a proposito, sappiate che ha firmato fino al 2022) o quant’altro, e poi di motivi validi per aspettare il calcio d’inizio della prossima stagione ne abbiamo già alcuni, basta guardare verso altre panchine…
Non dico di farlo per la maglia perché potreste giustamente contestarmi che anche quella è stata vilipesa, ma almeno in quel caso sappiamo che si tratta davvero di scollinare fino a maggio prossimo.
Non dobbiamo osannare Sarri né subito né entro un tempo determinato, ma semplicemente di stabilire una scala di priorità.
Che piaccia o meno, il 16 Giugno 2019 a Torino è iniziata una nuova era.


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