Sarri, la Juve e il Sarrismo: realtà, narrazione e percezione di una nuova identità

di Riceviamo e Pubblichiamo |

In un’epoca, quella che viviamo, nella quale il digitale ha fornito a chiunque gli strumenti per dire la sua su qualsiasi argomento, nella quale le fonti si sono moltiplicate e tutto ciò che si legge è prepotentemente condizionato dalla fazione a cui appartiene chi lo scrive, e nella quale – soprattutto -, è sempre più complicato scindere i fatti e la realtà dalla narrazione e dalla percezione che ne consegue, voglio fare una premessa e una promessa ai lettori di Juventibus, presentandomi e schierandomi subito. In modo che tutte le parole che leggeranno da qui in avanti possano essere interpretate, di conseguenza, con estrema chiarezza.
La premessa è che sono napoletano, in quanto a radici e tifo, mi occupo di comunicazione e ho scritto un libro che si chiama Sarrismo. L’ho fatto perché, ormai, a prescindere dai colori, sono prima di tutto ‘sarrista’, nel senso più completo del termine (ma questo lo vedremo più avanti, perché c’è parecchio da dire anche qui), e perché tutto quanto ruota intorno a Sarri mi è sembrato perfetto per spiegare le evoluzioni della comunicazione e dell’informazione. Evoluzioni che hanno a che fare coi media, ma, anche e soprattutto, con ognuno di noi, che siamo diventati parte attiva di tutti i processi che le riguardano. E non starò qui a sentenziare se questo sia un bene o un male (anche se ho un’opinione ben definita anche su tale aspetto), ma mi limiterò a ricordare che l’allenatore precedente, di cui non sono fan, ma che reputo un grande allenatore, è stato costretto ad abbandonare i social da quella stessa parte di tifoseria, forse, che oggi contesta qualsiasi aspetto del Sarri uomo e professionista, al grido di ‘non è da Juve’. E che, probabilmente, due domande dovrebbe farsele.
La promessa, invece, è che tenterò con tutte le mie forze (e ne ho tante, essendo sarrista, fidatevi) di essere obiettivo, associando dati e fatti acclarati a tutto ciò che sosterrò in questo pezzo. Mi potete credere, penso, considerando anche che da circa un anno, da napoletano che ha sempre sportivamente odiato la Juve, la sostengo augurandomi che vinca ogni singola partita.
Partiamo dalla fine, ovvero da quelli che, ad oggi 12 Luglio 2020, sono i ‘fatti’ più recenti: ieri sera si è giocata Juventus-Atalanta ed è finita 2-2, in una gara giocata decisamente meglio dai bergamaschi e pareggiata dai bianconeri con due rigori, su cui si sono alzati polveroni creati più che altro da un regolamento assurdo per i quali, però, quei due rigori sono netti come quelli subiti, spesso e volentieri quest’anno, dalla Juve. Che ha così conquistato un punto importantissimo per tenere a distanza la squadra di Gasperini (pericolosissima per salute fisica e mentale, oltre che per essere al top del ciclo del suo progetto tecnico) e allungare, seppure di un solo passettino, sulle dirette inseguitrici.
Ora, da napoletano che ha vissuto con ardore la lotta scudetto 2017/2018, forse l’unica realmente combattuta durante il lustro allegriano, ricordo che il Napoli di Sarri, con un gioco ammirato in ogni angolo del globo, veniva sbeffeggiato dalla maggior parte degli juventini in quanto interpretato non come mezzo per colmare il gap dalla squadra piu forte, ma come pratica di inutile autoerotismo, perché, in realtà, per quella fazione, l’unico mantra identitario bianconero andava ricondotto alla leggendaria frase di conio bonipertiano, ovvero ‘vincere è l’unica cosa che conta’.
Eppure, dopo la partita contro la Dea, quella stessa fazione sembra aver cambiato idea: complimenti (meritatissimi per chi scrive, ci tengo a sottolineare) sperticati alla squadra del Gasp, che, al quarto anno di un ciclo costruito con ago, filo ed enorme competenza da Sartori e Percassi insieme all’allenatore (che nell’unica esperienza in una ‘big’ è stato travolto dagli accadimenti ed è stato bollato dai più come non adatto a certi palcoscenici, ricordiamolo), addirittura ‘meriterebbe lo scudetto’ perché la squadra col gioco migliore.
Ma come? Ma non conta più vincere e basta? Non sono queste le partite sporche che fanno di un allenatore da circo un allenatore da grandissima squadra? Non sono questi i punti sudati che permettono di conquistare titoli e coppe? Ora conta il bel gioco? E qui è importante una riflessione che sta a cuore a chi, come me, si occupa di comunicazione, e riguarda la scelta delle parole. Perché ‘bel gioco’, per dirla alla Sarri, consentitemi la licenza poetica, non significa un cazzo. Qui si tratta di giocare bene. E per spiegare cosa significhi facciamo anche il punto sul processo di cambiamento in corso in casa Juve. Giocare bene significa fare bene le due fasi di gioco, quella passiva e quella attiva. La resa estetica, poi, è una conseguenza dell’applicazione dei principi di gioco e di come essi si sintetizzino con le caratteristiche degli interpreti a disposizione. Per dirla in parole povere: i medesimi principi possono rendere spettacolare il gioco di una squadra meno forte tecnicamente come il Napoli, ma fatta da ‘giocatori di sistema’, e molto meno raffinato quello di una compagine con un tasso tecnico più elevato, ma più portata allo sviluppo individuale. Detto ciò, la differenza tra il Napoli di Sarri e la Juve di Sarri non è solo nelle caratteristiche, ma anche (ad oggi) nell’applicazione di quei principi. Perché questa Juve difende e attacca meno bene di quel Napoli: la ricerca della pressione alta c’è, così come è evidente la volontà di difendere in avanti, rispetto al passato. Ovviamente, però, una squadra abituata a vincere segnando e difendendo per poi ripartire, è più complicata da modellare su un modo di pensare totalmente differente (perché devo cambiare se vincevo tanto in quell’altro modo?), e finisce spesso per mutare in un ibrido che si materializza all’improvviso, come contro il Milan a San Siro, quando dopo 60 minuti fatti molto bene, un rigore ha innervosito la squadra, mandandola in tilt, tra l’istinto di chiudersi a difendere il 2-1 e i dettami del proprio allenatore, che avrebbe voluto continuasse a giocare. Risultato? Squadra allungata, spezzata in mezzo e 3 gol presi in pochi minuti. Come successo nel 4-3 col Napoli di inizio stagione. Antiche reminiscenze che riaffiorano, come è normale che sia, e che fanno parte di un processo di trasformazione verso un calcio diverso, (senza che nessun fan di Allegri si offenda, perché non ho scritto ‘migliore’). Un calcio che la dirigenza bianconera ha scelto a partire da Sarri, perché convinta fosse il modo migliore per continuare a vincere. Le stesse difficoltà, ovviamente, si manifestano a intermittenza anche in fase di possesso palla, quando ad una circolazione veloce a pochi tocchi, si miscelano individualismi che rallentano movimenti e annebbiano le idee insite in meccanismi che si fondano, oggi, su interpreti in alcuni casi non adatti alle idee dell’ex tecnico del Chelsea. Qui, allora, un altro interrogativo: qual è la reale qualità della rosa della Juve? 
Facciamo il punto:
> sui portieri, il dibattito sulla adeguatezza di Szczesny è aperto, così come sull’opportunità di rinnovare il contratto a Buffon. Pinsoglio, invece, è il miglior amico di CR7;
> tra i terzini, un’ala adattata e un solo mancino, con altri due elementi spesso (a ragione) contestatissimi dalla stessa tifoseria;
> cinque centrali di difesa, di cui due crociati saltati in pochi mesi, un 19enne che si è ritrovato catapultato in un calcio e in una cultura totalmente differenti, e ad imparare una nuova lingua dentro e fuori dal terreno di gioco;
> a centrocampo, Khedira più out che in. Stesso dicasi per Ramsey, con Rabiot a riprendere dopo mesi di inattività e Matuidi poco funzionale ad un progetto tecnico nel quale, poi, paradossalmente si è ritrovato ad essere spesso indispensabile in una squadra asimmetrica come quella bianconera, nella quale è a volte chiamato a fare il lavoro sporco. A questi vanno ad aggiungersi il già ceduto Pjanic e Bentancur, unico ad avere tutte le caratteristiche adatte ed esponenzialmente cresciuto, a detta di chiunque (‘forse’ non a caso);
> in attacco, due fenomeni messi nelle condizioni di rendere al meglio (per loro abilità che vengono esaltate se la squadra ha il baricentro alto e possono giocare molti palloni nell’ultimo quarto di campo) dialogando tra loro e con la squadra, più Douglas Costa – che con la sua delicatezza fisica oscura spesso un talento cristallino devastante, che quindi viene gestito e sfruttato per spaccare le partite da scheggia impazzita -, e Higuaín, con tutto ciò che lo riguarda – in termini di carattere e condizione psico-fisica -, che è anche l’unico centravanti di ruolo, senza alternative reali. Bernardeschi, con la sua involuzione, completa il reparto.
In questo scenario, ognuno potrà farsi la propria opinione. Sta di fatto, però, che in una stagione partita con un mese di polmonite che l’ha tenuto lontano dalla squadra nel periodo dell’imprinting, che è proseguita fino ad una pausa forzata di 3 mesi causa COVID-19, Sarri ha portato la Juve a fare 3 punti in più rispetto alla prima di Allegri (che vantava il centrocampo più forte d’Europa a detta di molti juventini che ora criticano il tecnico di Figline), che vinse la Coppa Italia e arrivò in finale di Champions.
Ed è qui che entrano in gioco i media e la narrazione: non sono un amante dei paragoni, ma sono un acceso sostenitore della verità. E a chi sostiene ‘se Sarri vince lo scudetto è solo perché le altre perdono punti’, credo vada fatto notare che alla 32esima giornata del campionato 2014/2015, la seconda in classifica aveva 59 punti, mentre quella attuale ne ha 68. Ben 9 in più. Con la terza distaccata di un solo punto. Dati oggettivi che contrastano il racconto odierno, in favore di una evidenza che manifesta un campionato decisamente più competitivo, in tutte le sue anomalie. A chi scrive, invece, di un Sarri intimorito da Gasperini, ricordo il parziale degli ultimi 4 incontri in campionato: 3 vittorie Sarri, un pareggio (ieri sera). E a chi evidenzia la sofferenza di alcune partite di questa stagione come casi isolati negli ultimi 10 anni, andando a memoria partenopea (senza ‘scavare oltre’, ma ce ne sarebbero tante), voglio ricordare Napoli-Juve 1-2 dello scorso anno e Juve-Napoli 0-1 del 2018. Senza nemmeno spiegare i motivi.
Ma perché questa esigenza di distorcere i fatti? Se nei fan, che spesso sono caratterizzati da memoria corta e grande incompetenza (non me ne vogliano, è una cosa che accomuna tutte le tifoserie: parlano tutti e pochi ci capiscono realmente qualcosa), stupisce che a farlo siano prima di tutto i media, che troppo spesso sono faziosi e che, dall’inizio, hanno dipinto Sarri come un ripiego al fantomatico Pep e a chissà quanti altri interpellati prima di lui, influenzando negativamente la gente, già di per sé delusa dalla scelta della dirigenza.
Ma non è solo la stampa, il problema. Che nasce, probabilmente, nell’essenza stessa del personaggio Sarri, prima che dell’allenatore. Dirigente di Banca, bravo nel suo lavoro, ha lasciato un posto sicuro per rincorrere il suo sogno, coinvolgendo la sua famiglia – con tutte le difficoltà del caso -, in una scalata partita dalla seconda categoria e arrivata alla panchina bianconera. Un uomo con una storia personale del genere è e sarà sempre destinato a dividere più che a unire, perché scatena (e qui torniamo al mio lavoro, agli studi, alle analisi sui comportamenti delle persone e ai nuovi mezzi di comunicazione) un processo di forte identificazione in chi ha un sogno nel cassetto (e spesso troppa paura per rincorrerlo) e vede in lui un esempio di merito, ma che, allo stesso tempo, non smette di moltiplicare i detrattori, in un Paese che perdona i delinquenti ma non chi si guadagna, col sudore della fronte, il suo successo, senza arrendersi mai e senza scorciatoie. Rimanendo sé stesso, nel bene e nel male, nell’era in cui tutto è apparenza e c’è poca sostanza, come ho già tentato di raccontare proprio nel mio libro, per evidenziare come ‘Sarrismo’ sia molto più che uno stile di gioco, e come abbia a che fare la vita, col coraggio e con la feroce volontà che deve animare chiunque, per essere felice facendo della propria passione un lavoro.
Fortunatamente, comunque, Agnelli, Paratici e Nedved non hanno pregiudizi e non sono né semplici tifosi né ‘giornalisti’, ammesso che abbia ancora senso parlare di tale categoria.
E, a prescindere da Sarri, da quanto tempo siederà sulla panchina bianconera, da chi arriverà dopo di lui e da quanto dichiari la stessa dirigenza per togliere pressione alla squadra, hanno scelto di ‘vincere e convincere’, proprio come ormai chiedono gli stessi fedeli dello juventinismo, definendo i tratti della nuova identità bianconera.
In campo e fuori.
Michele Bosco è specializzato in sport management e marketing, con esperienze in società sportive, aziende ed agenzie, e si occupa di comunicazione digitale. È co-founder di Fanism, una media house che gestisce progetti di brand journalism, e founder (e direttore editoriale) di Virtual14.com, il primo magazine totalmente orientato sul tema, in Italia, che anticipa una visione che diventa sempre più attuale negli scenari di business. È anche autore del libro Sarrismo – Fede e Disintermediazione, edito da Dario Flaccovio Editore.