Maurizio Sarri e il fantasma di Gigi Maifredi

di Nevio Capella |

Non sempre avere qualche annetto di troppo sul groppone rappresenta un aspetto negativo, e in questa circostanza aver scollinato già da un po’ i 30 anni di militanza bianconera mi ha consentito di riflettere, aiutato dai ricordi personali, su un parallelo che parte della nostra tifoseria ha proposto in questi tormentati giorni di attesa di un nome.
Il nome che attendiamo tutti è quello del prossimo allenatore della Juventus, il parallelo di cui parlo invece è quello fatto tra colui che negli ultimi giorni sembra essere diventato il candidato più accreditato, Maurizio Sarri, e uno dei di quelli che invece sulla panchina più “pesante” d’Italia si è già seduto molto tempo fa, senza grandi risultati: Gigi Maifredi.

In merito a Sarri ci sarebbero molte cose da dire, in particolar modo sarebbe interessante analizzare come si possa essere arrivati ad averlo come maggiore indiziato alla nomina in una maniera che in alcuni casi appare ostinata e stizzita, ma per questo ci sarà tempo sia nel caso in cui dovesse arrivare ma soprattutto in quello contrario.
Invece, di Maifredi e della sua esperienza torinese negli anni fortunatamente si è cancellata gran parte di memoria, salvo riproporre il suo nome (con tutto il suo carico di ricordi non esattamente positivi) come monito a non ricadere in certi errori di valutazione e scelta.

Ecco, gli errori di valutazione.
Se in questi giorni è tornato di moda il nome dell’Omone di Lograto, probabilmente il messaggio da leggere è quello di una perplessità generale mista a paura che il fantasma di quell’estate post mondiale italiano rappresenta nel migliore dei modi.
Tra le varie titubanze che ho percepito recentemente legate al nome di Sarri ci sono una presunta incompatibilità caratteriale e attitudinale con il mondo Juve, un palmares al momento vuoto che anche con l’eventuale prestigiosa aggiunta dell’Europa League si presenterebbe scarno al cospetto di quello di altri candidati (tra quelli realistici e non) e soprattutto dell’allenatore uscente.
Non ultima anche una questione anagrafica che, secondo alcuni, mal si sposerebbe con una politica societaria fresca, moderna e al passo con i tempi specie dal punto di vista della filosofia di gioco, aspetto che sembrerebbe essere però dalla parte del tecnico toscano alla luce del triennio trascorso a Napoli in cui magari sono emersi alcuni suoi limiti, come quello di essere dogmaticamente legato ad un numero ristretto di giocatori di fiducia, ma indubbiamente la proposta calcistica è stata piacevole e anche efficace se è vero che con i suoi 259 punti in tre campionati, il Napoli ha vestito i panni della vera rivale dei bianconeri, in particolare lo scorso anno.

A mio giudizio il parallelo con Maifredi, per quanto ideologicamente calzante e accomunato dall’avvicendamento di un tecnico comunque vincente, non è appropriato.
Quella Juventus veniva da un periodo in cui non era riuscita ad aprire un nuovo ciclo dopo il crepuscolo del decennio trapattoniano, pur al netto della combo Coppa Italia + Coppa Uefa conseguita da Zoff, e al contempo si era trovata stritolata nella morsa del Napoli di Maradona e del carro armato milanista che stava gettando le basi dell’era Berlusconi.
Dopo l’avvicendamento societario che vide l’accantonamento di Boniperti e di tutti i suoi uomini di fiducia a stagione in corso, nell’estate del 1990 l’Avvocato Agnelli completò la rivoluzione societaria affidandosi al fidato Luca Cordero di Montezemolo e scegliendo per la panchina Gigi Maifredi, indicato all’unanimità come l’allenatore del cosiddetto “calcio champagne” dopo aver guidato il Bologna per due anni, durante i quali ottenne prima la promozione in serie A e poi una clamorosa qualificazione alla coppa Uefa.
Questi risultati da un lato gli valsero di fatto l’investitura juventina, ma dall’altro rimasero gli unici di un certo rilievo unitamente ad una promozione in C1 con l’Ospitaletto di qualche anno prima.

Insomma, poca roba rispetto a Sarri che sul palcoscenico nazionale si è rivelato prima dell’esperienza napoletana alla guida dell’Empoli, portato e poi mantenuto in serie A, disputando un paio di stagioni caratterizzate da momenti di gran gioco e alta spettacolarità.

Ovviamente non è da sottovalutare l’esperienza di quest’anno fatta in Inghilterra in quello che è indubbiamente il campionato più affascinante e difficile del mondo, come dimostrano ulteriormente le due finali europee a completo appannaggio delle squadre d’oltremanica.
Il Chelsea che si accinge ad affrontare il derby londinese con l’Arsenal in finale di Europa League è una squadra che ha tenuto botta nella Premier League strapazzata da Liverpool e Manchester City, e in cui il pericolo di poter perdere anche sui campi di periferia delle squadre meno blasonate è sempre dietro l’angolo, riuscendo a conquistare il quarto posto e la qualificazione alla prossima Champions League.

Non è quindi giusto paragonare i due allenatori ma soprattutto le due Juventus, totalmente diverse ma soprattutto appartenenti a realtà calcistiche che non hanno alcun punto di contatto.
Personalmente non sono un fan dell’allenatore toscano e, se dovessero chiedermi di scegliere il sostituto di Allegri a prescindere da quel ristretto roster di super big a cui tutti stiamo guardando tra speranza e sogno, forse non indicherei il suo nome, ma in questo scenario di incertezza senza precedenti creata dal muro di silenzio eretto con strabiliante bravura dalla nostra dirigenza, non ci resta che aspettare ancora qualche giorno per scoprire l’identità del “prescelto”.