Sarri avrà quello che Maifredi non ebbe mai

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Mario Pucciarelli

Saltellando come un’ape di post in post, ho notato molti aficionados bianconeri paventare la scelta di Sarri come un azzardo della società, una sorta di “all in” che potrebbe esporci a potenziali brutte figure. Nei passaggi di consegne alla guida tecnica, per la verità, un certo scetticismo abbonda sempre. Financo Conte, ricordo, fu accolto freddamente. Lo è a maggior ragione, oggi, dopo una conduzione quinquennale che ci ha ben avvezzati a vincere e a stravincere. Tuttavia, tra le dubbiose requisitorie antisarriste, spunta sovente il fantasma di Maifredi; ovvero, il dejavù, la storia che si ripete, che riproietta tutti ai flashback della “catastrofica”stagione 90-91, che vide, nel bene e nel male, protagonista il nostro ineffabile Gigione.

Un accostamento alquanto ardito, non fosse altro, come spiegheremo, per la determinante differenza in ordine circostanziale ed ambientale tra i due contesti descritti. Prima del raffronto, direi, per onore della verità, andrebbe analizzata quella stagione e palesati realmente i motivi di quel deludente risultato. In primis, ingaggiammo un tecnico che, a detta di tutti, si configurava all’epoca tra i migliori emergenti del periodo: un cavallo di razza di quella rivoluzionaria scuola calcistica, che aveva visto in Sacchi la sua punta di diamante. Il miracolo Ospitaletto, poi la luminosa epopea bolognese, tirando fuori la gloriosa società felsinea dagli acquitrini dell’anonimato cadetto, per catapultarla in zona Uefa. Ma soprattutto quel gioco spumeggiante, brioso, spettacolare , definito, appunto, “champagne”, che ben simbiotizzava con lo spirito buongustaio dei degustatori di turtelein…Giunse, perentoria, la grande occasione della vita. La nuova Juve montezemoliana si sbarazza di Zoff, che pur aveva fatto le nozze coi fichi secchi. Vuole svecchiarsi, vuole cambiare filosofia, vuole mettere il turbo.

Ma il calcio non è l’automobilismo, sebbene anche in F1 le migliorie tecniche delle vetture vanno introdotte con dovuta ponderazione. Non analogamente si fece con la fuoriserie del calcio italiano. In ogni caso, la proprietà non badò a spese, facendo sopraggiungere fior fiori di campioni in erba: Baggio su tutti, poi, Corini, Di Canio, Orlando, Hassler, tutta gente abituata a dare del tu al pallone, che andavano ad aggiungersi al promettente Casiraghi e a Schillaci, reduce da un eroico Mondiale. Maifredi portò i collaudati pretoriani Luppi e De Marchi da Bologna, ai quali, però, non riuscì ad unire l’utilissimo Villa. In compenso, arrivò dal Montpellier l’esperto e solido pilastro difensivo Julio Cesar. Si partì male, anzi malissimo. A Napoli , in Supercoppa, si prese un’imbarcata di gol (1-5), ma le attenuanti della preparazione, dell’assimilazione degli schemi e dell’amalgama restavano in piedi.

In campionato vi fu un alternarsi di prestazioni scarne e di fuochi d’artificio. Chi non ricorda il 4-2 all’Inter, il 5-0 alla Roma e al Parma, che controbilanciavano altre domeniche con le polveri bagnate. Discontinuità manifesta di una squadra che, certo, faticava a trovare la sua fisionomia, che mancava di tasselli importanti nei settori nevralgici, che accusava l’improvvisa scarsa vena realizzativa di Schillaci e la crisi identitaria di Baggio, ancora prigioniero degli strascichi di Firenze, ma che, pur tuttavia, restava là avvinghiata alle migliori del torneo fino alla 20esima di ritorno. Poi il crollo inspiegabile, culminato nelle scudisciate finali di Skuhravy e Aguilera che estromisero, dopo tanti anni la Juve dalle coppe. Resta, per consolarsi, una discreta Coppa delle Coppe che vide i bianconeri ad un gradino dalla finale e Baggio a rango di miglior marcatore. Troppo poco, evidentemente, per entrare nelle grazie della piazza. Maifredi pagò le sue colpe, ma ebbe anche tantissimi alibi dalla sua parte, non ultimo quello di trovarsi al cospetto di una dirigenza impreparata, poco propensa ad assecondarlo nel suo progetto tattico, e con calciatori, soprattutto, Hassler e Schillaci decisamente logorati (o forse, appagati) dal mondiale. Le idee a Maifredi non mancavano affatto. Occorreva concedergli il tempo necessario per trovare la quadra e metabolizzare le difficoltà proprie a chi approda sui grandi palcoscenici. E, invece, fu ripescato Boniperti dalla naftalina , e con superbo misoneismo sbaragliò il tavolo per ritornare all’antico, all’usato sicuro.

Il raffronto attuale di Maifredi con Sarri, per tanti motivi è perciò improponibile, oltre che ingeneroso. Esclusa la spasmodica attenzione di entrambi per il “bel gioco”, mancano, per il resto, punti di affinità. In primo luogo, al timone oggi c’è una società solida, vincente, competente e convinta del suo operato: che difficilmente prende abbagli. Secondo, il tecnico tosco-partenopeo, dopo una lunga gavetta, ha già saggiato le grandi platee. Napoli va considerata tale, e lì ha potuto mettere a fuoco le sue idee. Il Chelsea, poi, è storia nota. Può dirsi pronto e meritevole per il grande salto. Terzo, Maifredi si trovò addosso una pletora di punteros e di trequartisti dalle qualità eccelse, ma in difesa e centrocampo, c’era davvero poco. E ciò gli fu esiziale nel lungo termine. Sarri, invece, dispone di una rosa completa e competitiva che Paratici e Nedved stanno provvedendo ulteriormente a puntellare con i loro capolavori di calciomercato. Ragion per cui, dormite tranquilli cari scettici, e lasciate in pace i fantasmi tra le penombre dei castelli.


JUVENTIBUS LIVE