Sandulli, Spadafora, Gravina i tre compari nel nuovo sentimento popolare

di Marco Tarantino |

Vincenzo Spadafora, Ministro dello Sport, Gabriele Gravina, Presidente FIGC, Piero Sandulli, Presidente Corte d’Appello FIGC. Vita, musica e glorie del nuovo Sentimento Costituito.

Che trio: Che terzetto. Che banda: l’orgoglio d’ogni festa patronale. Volti assorti, intensi e televisivi di luminosa prospettiva. Che impatto, i loro testi sul pentagramma: musica per le orecchie degli antijuventini e dei cani da tartufo. Livori in corso: raccolgono, cinquanta e sessant’anni dopo, riveduti e molto corretti, l’eredità dei Tre Compari Suonatori di Renato Carosone e Gegè Di Giacomo. Li ricordate? Ovviamente no, troppa polvere. Giuànne, Franceschielle e don Pascà: C’erano tre cumpare sunatùre \ Sunavano e sapevano cantà \ Parevano tre grande professùre… Parevano: soltanto. Si sono reincarnati in Pierino San Dulli, Vincenzino Spadafora e don Gabriè Gravina. Gli è bastato cambiare qualche vocale all’anagrafe per trasformarsi da cantastorie erranti in contastorie stabili: chiamasi evoluzione. Nuje simme ‘e milionarie ‘ell’allegria: no, questi no, questi sono i milionari dell’allergia.

Sono allergici tutti e tre, poveracci: a due colori in striscia.

Uno è bianco. L’altro, nero.

SANDULLI PIERO da Roma, provincia di Roma, canonizzato al fonte (ri)battesimale del Beck Beccantini, ha il viso florido di un produttore di burrate a pasta molle ed è nella Giustizia Costituita della Figc dal ’96, quand’era poco più che quarantenne. 24 anni filati: complimenti. Di fede ufficialmente laziale ma figlio di un ex giocatore del Napoli, come sappiamo colui che secondo il CorSport sarebbe “un luminare” pretese, ottenne e conobbe gloria imperitura con l’occasione giusta, cioè nei giorni eroici di Farsopoli; allorché si occupò con generosità di pagare alla Juve il traghetto per l’inferno. In successive memorabili interviste avrebbe fatto splendida mostra della sua equità giustizialista: “Nessuna prova portava all’illecito (…). La nostra fu una condanna di tipo etico”. Il che ci alzò il morale, a noi gobbi, mentre sputavamo sangue e veleno in B contro Vicenza, Piacenza e Mantova. Altra sonatina: “Abbiamo cercato di dare sanzioni giuste, non troppo pesanti per non inficiare il nuovo campionato” (così il Milan restò in zona Champions, vincendola poi quell’anno…)Che culo la Juve, pensa se fossero state pesanti, le sanzioni, e che regolarità di campionato ne seguì in A, quanto sudore strenuo per l’Inter del ‘nostro’ Ibra. Cumpare Pierino ancora in concerto: “L’illecito associativo non esisteva, era una falla nel sistema giuridico, è stato da noi introdotto”. Altra botta di culo, amici zebrati: nati con la camicia, cotanta creatività, tre sfondoni telefonici trasformati per sommatoria in omicidio premeditato, ti credo che hanno riempito una falla. Anche vero che la ruota gira: Carraro, l’uomo per tutte le stagioni che anni prima aveva incoronato Pierino presidente della Corte Federale, si vide ridurre la pena da 4 anni a una multa di 80mila euro. Succede. In calce al famoso collegio, il tremulo giudice Serio si fece sfuggire ciò che tutti sapevamo da subito, e che non gli sarebbe convenuto mai, per autodecenza: “Per la formulazione della sentenza abbiamo cercato di interpretare il sentimento collettivo della gente”.  Serio. Sul serio? Il Diffuso Sentimento Popolare.

Che nel quindicennio è divenuto Costituito. Vedi, tra le altre, ‘ste figurine dell’album. Prevedibile anche questo.

Tutto torna. Tutto ritorna. E sei anni dopo, cioè otto fa, San Dulli potè rinfrescare la propria popolarità gazzettara pronunciandosi in appello e confermando i dieci mesi ad Antonio Conte in ordine alla presunta combine del suo Siena in B: “Gli è andata anche bene”, chiosò a Radio Capital. Meritando, si fa per dire, la segnalazione alla Commissione di garanzia. Acqua fresca. Lettera morta. Precedente. Sarebbe.

Altrimenti non saremmo daccapo, riavendolo in questi giorni tra le palle (rimbalzanti, per carità).

Allorché il diffuso olezzo di metamorfosi, ovviamente del 3-0 a tavolino contro il Napoli e -1 annesso, filtra nelle mascherine nazionali. Poiché sarà il Santo Sandulli, se Agnelli non si impone di ricusarlo, a dover benedire nuovamente un nostro spicchio di destino. Sentitelo a briglia sciolta su Radio Punto Nuovo, qualche giorno prima che Mastrandrea si esprima, super partes semper specie se c’è la Zebra di mezzo e premesso (meno male) che “ignoro la documentazione” : “Non bisogna lasciare che la classifica venga scritta dal covid”. Non bisogna lasciare che sia Sandulli a occuparsi dell’appello, dopo una così grave violazione del protocollo di riservatezza, ha sbottato Antonello Valentini, ex-DG della Figc; proponendo nuovamente l’off limits di Pierino alla Commissione di garanzia.

Da ridere. Scommettiamo? Dissero di lui gli Stato Sociale: perché lo fai? Perché non te ne vai? Ma perché è in missione, ragazzi. Con tutta la buona volontà. Disse di lui Ennio Flaiano: “La situazione è grave, ma non è seria”.

Cos’altro.

VINCENZINO IL MINISTRELLO  da Afragola, provincia di Afragola, sin da bimbo per ragioni enigmatiche finì con l’innamorarsi del Ciuccio Napoli anziché dell’Afragolese Footbal Club, che nei 76 anni di storia vanta ben due prestigiose partecipazioni alla terza serie. Vocato ai bimbi e per afflato all’Unicef, Vincenzino dopo la laurea trova rapido impiego, da enfant prodige, in varie buche delle lettere con francobolli cangianti (che talento): segreteria del governatore campano Losco (Udeur), segreteria dei Verdi di Pecorario Scanio e con Rutelli ai Beni Culturali, Garante per infanzia e adolescenza grazie a Fini-Schifani. Quattro anni fa annusa da ganzo che il bouquet del Dis-Astro Nascente Di Maio è quello più opportuno, cambia ancora casacca e viene premiato con lo stipendio di onorevole grazie al collegio di Casoria. Il Conte bis intuisce le potenzialità conclamate del giovanotto e lo nomina Ministro dello Sport: non essendosene mai occupato, Vincenzino il Ministrello incarna insieme ai colleghi la perfezione italica dell’uomo sbagliato nel posto giusto. La politica insegna, negli annali. Tutto ok, perciò.

Dicevo di come anche solo una vocale sia il simbolo dell’evoluzione, sicché nessuno si offenda e men che meno Vincenzino, il Ministrello. Pure qui è solo una questione evolutiva, basta andare su Wiki alla voce menestrello; che nel Medioevo non era un giullare minore, non un girovago, bensì “un addetto più o meno stabilmente a una corte principesca o a una corte altolocata”. Prossima fermata? Mah, peccato per lui che Berlusconi non esista più. Come che sia, per l’evoluzione del ruolo riconoscibile basta una i, e con tutta evidenza. Sulle imbarazzanti inadempienze interne ed estere del nostro si è espresso sabato 17 il direttore Xavier Iacobelli, che gli ha fatto il contropelo. In merito alle questioni più recenti, e che più ci stanno a cuore, qualcuno, all’indomani della defezione napolista allo Stadium, riuscì a far finta di credere che il Ministrello avesse preso una posizione integerrima di assoluta, come la chiamano, terzietà. Mò fa ‘na sunata cumpare Vecienze: “Se le regole vengono rispettate in modo rigoroso, senza cercare escamotage come qualche società ha fatto, il calcio può andare avanti”. Quale società? Perbacco, que hombre vertical: sembra ce l’abbia addirittura col suo Ciuccio. Ma in appresso: “Mi aspetto che il giudice Mastrandrea decida con saggezza”. Con saggezza.

E certo. Sì, ce l’aveva infatti col suo adorato Ciuccio. A riprova di quanto sia suo, e adorato, indimenticabile fu il tweet urbi et orbi dopo la scorsa vittoria in Coppa Italia: “Ora lasciatemi esultare: forza Napoli!”. Che gran Ministro. Così sobrio, discreto. Rispettoso di ogni bandiera. Seguono (bis) livori in corso: il Ministrello VS Ronaldo.

Robetta che a occhio e croce non fa mai male, quanto a clic e like. Del resto, è un momento talmente fiacco, demotivante, privo di impegni stringenti per dicastero e nazione. Una sinecura. Qualcosa il Ministrello doveva inventarsi.

Disse di lui Ettore Petrolini: “Io nun ce l’ho co’ te, ma cor cretino affianco che nun te butta de sotto”. Irrispettoso: come il Ministrello ha definito, tra gli altri carichi (“arrogante, bugiardo”), Cr7. Non fosse che io non ce l’ho assolutamente con Spadafora. Cor cretino affianco, semmai.

DON GABRIE’ ‘Gaby’ Gravina da Castellaneta, provincia di Castellaneta, si muove e opera nel sogno che anche a lui, nella cosicchiamata ‘Città del Mito’, venga dedicato un museo; ma niente, o non per adesso, i paesani non ricordano d’esserselo mai filato e continuano a preferirgli ostinati (chissà perché) Rodolfo Valentino. Gaby si considera più bello, e più seduttivo.

In effetti nessuno al mondo, non solo nel villaggio, sapeva chi fosse, da dove fosse spuntato, cosa sapesse fare nella vita e che ci stesse a fare. Comparve improvviso alle cronache da presidente del Castel di Sangro de’ miracoli, ’83-’96 dalla Seconda categoria alla B. Ufficiale pagatore, ‘Big man’ don Pierino Rezza, zio della consorte di don Gabriè. Sicché, malelingue, una cosa sapeva farla Gaby e pure bene: sposarsi. Tanto carina ed etica fu quella favola che a occuparserne, sino a prometterne un libro, accorse l’americano John ‘Joe’ McGinniss. Uasciàzze, cisterne di rosso e quintali di arrosticini. McGinniss strafocò, rise e sorrise a tutti, ma quando poi si mise a scrivere non ce ne fu per nessuno: corna, bicorna, ombre e trame, droga, soprattutto droga, associazione per delinquere attraverso il terzino Pierluigi Prete e la sua dolce cilena metà. Don Gabriè indagato per favoreggiamento e perquisito nell’abitazione (era assente). Davvero una favola. Amen. Succede anche questo.

Il seguito? Il Castello svanisce dopo una gloriosa salvezza. Scompaiono quasi tutti, ma solo i veramente seppelliti. Don Gabriele è una boa nella notte senza lanterne per i pescherecci. Oscilla. Galleggia. Ha un’ àncora e anche no. Non si vede. Ma c’è.

“Uno che spera di entrare in uno dei tanti governi di marca berlusconiana”, lo tatua McGinniss. Gaby non è così limitativo. O non è il Tavoliere di Puglia? Smussa, pialla, spiana, appaia, accoglie e raccoglie, cuce e ricuce. Assembla. Ha pazienza, don Gabriè. Chi lo conosce? Nessuno e tutti. Chiama, ascolta, ricama, solfeggia, obbedisce. Guida a fari spenti, naviga col motore in folle. I ganci pescano: capo delegazione (?) dell’Under 21, successore a Macalli (2015) alla guida della lega Pro, costretto a dimettersi nell’ottobre del ’18 per amor di patria e di presidenza, nientemeno, che della Figc. Ma come, ma chi è? E’ semplicemente l’Italia, ragazzi. Spettacolare una delle sue bolle pontificie al microfono di Marzullo, fine agosto di un anno fa, concetto quasi testuale: “Lavoreremo per eliminare il gap tra la Juventus e le inseguitrici”. Come? Ora, se un cattivone pensa a metrica e poetica di Fourneau sabato a Crotone, al netto dei vuoti bianconeri, ha due risposte possibili:

  1. non c’è bisogno;
  2. il modo è questo.

Quanto ai fatti più stringenti, mò fa ‘na sunata ‘u cumpare Gabriele: “Deciderà il giudice”. Mica dice, come dovrebbe un cazzuto presidente della Figc: cavolo, c’è un protocollo, signori miei state attenti ché qua non si sgarra. I signori suoi, per la verità, sono tutti molto attenti: alle sillabe dei cortigiani. Dipenderà da quanto e se saremo vivi la prossima primavera, e soprattutto come: se la Juve sarà in odore di fuga, Gaby ascolterà ciò che gli dicono in cuffia e scatterà una nuova Legge Nakata (2001), stavolta in chiave rivoluzionaria playoff; se invece la classifica sorriderà ad altri e con robuste prospettive, senza fare nomi milanesi, napoletani o romani (improbabili), il Tavoliere di Puglia segherà le rabbie, sanificherà i microfoni, santificherà i Signori e decreterà al volgo che il calcio non è il volley o il basket, il calcio è il Tour, il calcio è uno sport troppo duro e lungo perché si possa condizionarne il vincitore a sei sfide in appendice.

Ammettiamolo: come può il Sistema fare a meno di uno così.

Disse di lui Leo Longanesi: “L’uomo mediocre è indispensabile e inutile. La sua forza sta nel rendere indispensabile la sua inutilità”.  Perciò beato il popolo che ha almeno un Sentimento, per giunta Diffuso.

Se poi è pure Costituito, che mi prenda un colpo. Grasso che cola.