Sampdoria-Juventus 0-1, il quarto scudetto e la rivoluzione 2015

di Valeria Arena |

 

Al Marassi, trasferta spesso fatta di sudore, fatica e sofferenza, c’è un bel pezzo di legenda bianconera. Quel quadratino di erba da cui, due anni e mezzo fa, Vidal segnò di testa il gol che valse il quarto scudetto dei sei consecutivi, dovrebbe essere esposto al Museum, accanto a una delle travi dello stadio di Trieste e a un video che mostri in loop la rimonta del 2015/16. Non ce ne vogliano i doriani.

Si trattava di una Juve ancora in stato di vedovanza dal quel giugno dell’anno precedente che aveva segnato il definitivo (?) divorzio da Conte e l’arrivo, tra mugugni e mal di pancia, dalla sua antitesi, Massimiliano Allegri. L’anno in cui, molto probabilmente, lo yin e lo yang si sono guardati in faccia, fusi insieme per un breve periodo e poi salutati per sempre. Sta a noi, nella solitudine delle nostre case, decidere chi sia lo yin e chi sia lo yang.

Ma torniamo al 2 maggio 2015. A guardare la formazione, sembra passata un’eternità, nonostante i soliti Buffon, Barzagli, Chiellini (entrato nel secondo tempo), più giovani e ancora speranzosi di andare in Russia a giocarsi l’ultimo mondiale, e Lichsteiner, Sturaro e Marchisio, pre rottura crociato. Il resto era fatto di Bonucci, Padoin, Vidal, Pareyra, Tevez, Llorente, sostituiti poi con Morata e Coman (sento i pianti delle vedove fin da qui). E una panchina che, a guardar quella attuale, e tolti Pirlo e Matri, sembra un po’ un film dell’orrore, ammettiamolo: Storari, Audero, Romulo, Ogbonna, De Ceglie, Marrone e Pepe. Non disponibili, invece, Evra e Pogba. Un vita fa, insomma.

Un mezzo turnover dovuto soprattutto a un importante appuntamento, la semifinale di Champions contro il Real Madrid che ci avrebbe portati dritti dritti a Berlino a perdere l’ennesima coppa.

La scudetto che mise definitivamente fine all’era Conte e all’inizio di quella più tipicamente allegriana concise con un’enorme rivoluzione – un’abitudine estiva tutta juventina, in realtà – quantitativa e qualitativa: via in un colpo solo Pirlo, Vidal, Tevez, Llorente, Matri, Coman, Pepe e Storari, dentro Mandzukic, Cuadrado, Khedira, Alex Sandro, Dybala, Zaza e Rugani. Un rinnovamento che diede vita al nostro tormentone estivo preferito, ovvero l’urlo, isterico per gli juventini e di gioia per gli antijuventini, sulla fine del cosiddetto ciclo Juve, il quale oramai somiglia sempre di più a quella maledetta zanzare che credi di aver ucciso definitivamente, ma che ogni volta che poggi la testa sul cuscino pieno di soddisfazione, ti costringe a una nuova battaglia.

Al Marassi, quindi, nonostante le quattro giornate di Serie A ancora da giocare, iniziò, seppur in maniera silente, quella rivoluzione che dopo Berlino divenne realtà. Al fischio finale, però, eravamo tutti troppo presi dai festeggiamenti, dalla gioia di aver superato più o meno indenni l’abbandono sofferto di Conte e di aver fatto pace con Allegri, dall’euforia della vigilia, tanto bella quando inaspettata, della semifinale di Champions, per capire che quel campo lì era appena diventato il crocevia di due anime bianconere, distanti anni luce, che avrebbero fatto la storia del club. Una si era appena conclusa, l’altra si era appena avviata. Proprio lì, infatti, e durante l’intero anno, si toccarono e dialogarono per la prima e ultima volta i due schieramenti più spietati e forse fanatici degli ultimi anni bianconeri: contiani e allegriani, per essere semplicistici. Due posizioni che ancora oggi infervorano i tifosi, come se il futuro appartenesse solo a questi due nomi qui.

Da lì in poi, per altro, metabolizzato Conte, iniziarono a comparire le prime figure di vedove ancora in stato di sofferenza, le stesse che ogni estate si sarebbero moltiplicate velocemente neanche fossero virus. Chi piangeva per Vidal, chi non si capacitava della 10 a Tevez, chi soffriva, e soffre tutt’ora, per Pirlo, chi sognava la promessa Coman.

Intanto, come ogni luglio e come ogni agosto, tornava a sentirsi l’eco: “Juve, è la fine di un ciclo…”