Salvate il guerriero Kean

di Mike Fusco |

Parto da una premessa, doverosa quanto condivisa soprattutto oggi dalla maggior parte dei tifosi bianconeri e dei media: ritenevo già 2 anni fa Moise Kean “the next big thing” del calcio italiano, magari non il nuovo Bobo Vieri o Gianluca Vialli, ma nemmeno quel Balotelli a cui troppo frettolosamente veniva accostato solo per il colore della pelle e non per caratteristiche tecniche.

Oggi che Kean è sulla cresta dell’onda grazie anche ad un esordio precoce in azzurro come non accadeva da 60 anni, ci si azzuffa e ci si batte a furor di popolo per vederlo titolare nella Juventus, a maggior ragione considerando che Cristiano Ronaldo è infortunato e che andrebbe comunque risparmiato per le ultime (si spera) 5 partite di Champions League.

Ma la titolarità di Moise Kean può essere presa in considerazione solo in questo particolare frangente, così come è stato fatto precedentemente, facendo crescere il ragazzo in partite dove l’avversario era poco più che modesto.
Vero, giocare titolari a 19 anni nella Juventus ed in Nazionale e bagnare l’esordio con il gol è sempre e comunque difficile, ma i contendenti erano nell’ordine:
– il dimesso Bologna di Pippo Inzaghi, incapace di abbozzare qualsivoglia manovra costruttiva e vergognoso in fase difensiva;
– l’imbarazzante Udinese di Nicola, capace di prendere 8 gol in 2 partite rischiando di prenderne altri 8;
– una Finlandia tutt’altro che trascendentale;
– un decimato sia tecnicamente che numericamente Liechtenstein.

La sensazione è che almeno per questo finale di stagione siano queste le SUE partite e questo il suo ruolo: fare il turnante in avanti per far arrivare CR7 il più fresco possibile quando conterà tanto, quando conterà tutto.

Le distinte di sabato con l’Empoli, poi il Cagliari, più avanti la Spal, il Torino, l’ Atalanta e la Samp sembrano già occupate con il suo posto in attacco, mentre probabilmente nelle restanti gare più “pesanti” le gerarchie saranno altre.

Ma così deve essere, i 15 punti di vantaggio gli consentiranno di giocare senza avere l’ossessione del gol e la responsabilità della squadra sulle spalle, assicurandogli un percorso di crescita che difficilmente avrebbe ottenuto altrove ed in contesti molto meno competitivi dove magari gli sarebbero arrivati 2 palloni ogni 4 partite.

In Champions però, ad Amsterdam prima e si spera in Inghilterra e a Madrid poi, la voglia di fare, la mobilità e la freschezza del nazionale italiano cederanno il passo a quell’esperienza che Allegri ritiene fondamentale mista alla riconoscenza che ha nei confronti di Mandzukic per i big match decisi nella prima parte della stagione che hanno contribuito significativamente a costruire l’attuale gap con gli sparring partners del campionato.
Considerazione che, forse, sarebbe cambiata solo nel caso in cui Moise avesse sfruttato l’occasione della vita di entrare nella Storia bianconera come il castigatore finale dell’Atletico Madrid, trasformando in gol quell’incredibile palla a tu per tu con Oblak.
Ma forse, per svariate ragioni, meglio così.

Meglio così perché poi si sarebbe rischiato di pompare l’opinione pubblica oltre il punto di non ritorno che si sta già velocemente raggiungendo adesso; quel punto di non ritorno che divide un grande talento, un calciatore di primo livello, un campione in divenire da una promessa bruciata, una stella collassata ancor prima di aver emanato il suo massimo splendore.

Al momento il ragazzo, nonostante i suoi 19 anni, una pressione social incredibile, un procuratore come Mino Raiola con gli occhi a dollaro e le promesse da mercante sembra avere le spalle abbastanza grosse per sopportare tutto, compreso un redivivo padre che sta facendo il giro delle sette chiese televisive per elemosinare due trattori ed un po’ di attenzione.


Il ragazzo ormai sembra essersi già fatto uomo, e con le spalle belle larghe dovrà dimostrare, quando glie ne verrà data occasione, di meritare quella maglia numero 9 che l’anno prossimo pretenderà un proprietario, un titolare, un padrone capace di far male a tutte le squadre e di essere decisivo quando il gioco si fa duro. Non solo nella Juventus, ma anche in Nazionale, quando le qualificazioni cederanno il passo alla fase finale e gli avversari avranno blasone, gioco e campioni da proporre.
Adesso, per adesso, il giovane guerriero Kean non è pronto per essere Condottiero in assenza del Re.
E forse, per lui, è un bene.