Ruggiero Palombo, non così

di Juventibus |

Impegnati, come siamo, a celebrare gli anniversari delle varie vittorie della nostra squadra (l’altro ieri erano 30 anni da Roma – Lecce e martedì diventerà maggiorenne lo scandaloso fallo non fischiato a Ronaldo su Iuliano, in attesa della festa nazionale del 5 maggio), rischiavamo di farci sfuggire una ricorrenza davvero importante. Fortuna che stamattina, sulla Gazzetta, è lo stesso protagonista, pavoneggiandosi, a ricordarcelo.

Ebbene, tenetevi forte! Oggi sono 10 anni dalla pubblicazione di un articolo, a firma di Ruggiero Palombo sulle colonne della Gazzetta dello Sport, dal titolo “Ricucci del pallone, attenti all’estate” che è considerato un po’ il “via” di Calciopoli, almeno dal punto di vista mediatico. Poche righe, metà delle quali dedicate ad altri scandali anche extrasportivi (Ricucci, appunto) ma tutti legati con un filo conduttore: le intercettazioni telefoniche. Il tutto, con una chiosa sibillina e sconcertante: “che cosa potrebbe accadere se invece, magari a campionato concluso, nella quiete che precede la grande kermesse dei Mondiali, spuntassero fuori dei bei fascicoloni che ci raccontano di questa e quella telefonata, di come il calcio viveva la sua quotidianità, non il secolo scorso ma appena un anno fa?

L’ignaro lettore di quell’aprile ci poteva capire ben poco sul senso di quelle righe: un avvertimento? Un presentimento? Del resto, in quel periodo si usava così: si mandava in televisione qualche allenatore “amico”, magari bene informato, magari dopo qualche partita persa per (presunti) torti arbitrali, a lanciare messaggi del tipo “vedrete, tanto, tra poco quello che succederà” (salvo poi smentire, qualche anno dopo, davanti al Tribunale di essere stato a conoscenza di fatti gravi). O si scrivevano questo tipo di articoli, tra il “dico e non dico”, sulla scia del “so cose che voi umani…” in cui ad essere mortificata realmente era la professione del giornalista: se sai, dici; se non puoi dire, te lo tieni per te. Soprattutto se, come in quel caso, si tratta di fatti ancora non pubblici (lo sarebbero diventati solo a metà maggio) che si è venuti a conoscenza solo attraverso amicizie giuste.

Oddio, qualche indizio Palombo, sulla provenienza delle sue fonti, lo aveva anche dato, in quell’articolo, quando, nel finale, suggeriva di abbandonare i cellulari e ritornare ai “vecchi e cari pizzini”. E del resto l’intero articolo poteva essere considerato un vero e proprio pizzino, inteso come messaggio cifrato, destinato ad essere compreso solo da pochi.

Oggi, come detto, Palombo torna sulla vicenda, in occasione del decimo anniversario.

Non avevamo una sfera di cristallo o capacità profetiche, dice, ma solo un’assidua frequentazione dei palazzi dello sport e, tramite il collega Galdi, delle Procure della Repubblica. Peccato, forse sarebbe stato preferibile e meno inquietante se avessero davvero avuto capacità divinatorie, per la verità, piuttosto che questa ammissione, definitiva, di un collegamento diretto e preferenziale tra quel giornale e le Procure (sportiva e ordinaria). Un collegamento che sarà sublimato dalla pubblicazione delle sentenze il giorno prima. Un collegamento e una linea editoriale (lo stesso direttore Monti, nel 2010, si lasciò sfuggire che il compito della stampa era di  “orientare l’opinione pubblica”) chiarissimi, dimostrati dai titoli a nove colonne, quasi mai supportati da concreti riscontri, che, “piaccia o non piaccia” sono gli unici su cui si devono fondare le sentenze.

Calciopoli non è “una storia chiara”, come vorrebbe Palombo. Perlomeno, non può esserlo fino a quando ci saranno quelle che lui stesso chiama “piccole lacune”. Parlare di giustizia con “piccole lacune” è un ossimoro, Palombo dovrebbe saperlo. Non possono e non devono esserci “piccole lacune” in una storia che ha condizionato, stravolto, distrutto la vita di esseri umani, perché calciopoli, al netto della vicenda sportiva, è stato questa roba qui.

Non si può dire, a meno di non voler fare un’offesa alla intelligenza di chi scrive e di chi legge, che “vi è stata giustizia giusta, penale e sportiva” in quella storia e poi parlare di “errori laterali”, facendo intendere che, forse, quello scudetto non andava assegnato a quella società “che aveva qualcosa (poco, certo meno di tutti) da farsi perdonare” e ammettendo che le intercettazioni che la riguardavano non dovevano essere stralciate.

Un esercizio di equilibrismo perfetto, senza dubbio, ma che in nessun modo può portare a parlare di sentenza giusta e caso chiuso. Non può esserci “giustizia giusta” dal punto di vista sportivo dopo la relazione Palazzi del 2011, dopo le decine di migliaia di intercettazioni “scoperte” quando era troppo tardi; non può parlarsi di “sovrapposizione” tra la giustizia penale e quella sportiva quando la squadra maggiormente penalizzata dal processo sportivo ha avuto  conseguenze quasi nulle in quello penale; non può esserci “giustizia giusta”, né sovrapposizione dei giudicati, se ci sono sentenze pronunciate “in nome del popolo italiano” in cui si afferma che non vi è prova dell’alterazione delle gare e che i sorteggi di quel campionato non erano truccati e, contemporaneamente, c’è una società punita in campo sportivo proprio per quei (presunti) comportamenti.

Insomma, quello di oggi sembra essere una sorta di auspicio del giornalista. Auspicio a chiudere tutto, anche il contenzioso al Tar o quello tra la Juve e la Federazione che “non ha né capo né coda” (altra sfera di cristallo?). Una volontà che lo spinge (è la parte più incredibile dell’articolo, senza dubbio) a sperare nell’oblio. Di tutto e di tutti. E, per cominciare, prova lui a dimenticare i nomi dei protagonisti di Calciopoli. No, Palombo, non sono d’accordo. Provi a farli. Provi ad elencarli i nomi di tutti quelli che sono entrati nel tritacarne, grazie alle intercettazioni di cui si vantava di conoscere il contenuto dieci anni fa, e ne sono usciti stritolati negli affetti, nelle attività lavorative, nella salute e assolti dalle accuse. Forse costoro meritano qualcosa in più dell’oblio da lei tanto auspicato.

Che poi, a pensarci bene, qualcuno che voleva truccare i sorteggi, in quel periodo c’era, eccome. Provate a sentire questa intercettazione del 7 marzo 2005. C’è uno, ed è Bergamo che prova in tutti i modi a difendere il suo operato, giustificando le scelte, assicurando la sua buona fede, provando a far capire all’interlocutore che non poteva farci nulla se dal sorteggio era venuto fuori un arbitro piuttosto che l’altro, e magari quello sorteggiato era il meno indicato. E c’è un altro che (come anche un alto dirigente di società in altra occasione, ma “certo, meno di tutti”) chiedeva di forzare la mano, di fare in modo che il sorteggio venisse “pilotato”. Chi è l’altro? Magari è uno che ha suggerito il titolo dell’edizione della Gazzetta del 7 novembre 2009. Un esperto in materia, diciamo…

di Francesco “Frales” Alessandrella