Ronaldo, il settimo portoghese della Juve

Cristiano Ronaldo è da poche ore ufficialmente un giocatore della Juventus, e sarà il settimo giocatore portoghese della nostra storia. Vediamo chi sono stati i suoi predecessori.

In questi giorni di (stra)ordinaria follia in cui tutti siamo stati travolti dall’onda anomala di calciomercato più devastante di sempre, mi sono imbattuto in un tweet che meglio di ogni altro riassume il senso di trasformazione e mutazione delle nostre giornate, diventate ormai monotematiche e con un solo, unico scopo: avere notizie fresche su Cristiano Ronaldo.

Proviamo quindi a pensare per qualche minuto a qualcosa di diverso da Cristiano ma non troppo: l’ufficializzazione finalmente arrivata nel tardo pomeriggio ha fatto di  Cr7 il settimo giocatore portoghese della storia della Juventus, nel contesto di un feeling con il calcio lusitano nato solo sul finire degli anni 80 e alimentato poi nei due decenni successivi.

In principio fu Rui Gil Soares Barros, meglio noto come Rui Barros o, in onore alla sua statura non certo imponente, “Mui Bassos”, il primo portoghese a vestire la maglia bianconera nell’estate del 1988, prelevato da Porto per la cifra di 7,5 miliardi di lire dopo una stagione in cui era stato chiamato a sostituire Futre nella squadra neo campione d’Europa con cui si sarebbe messo subito in mostra vincendo diversi trofei nazionali e intercontinentali, tra cui la Supercoppa Europea decisa proprio da un suo gol.
A Torino l’impatto fu subito positivo nella prima stagione con Dino Zoff in panchina che fu chiusa senza trofei, ma gettando le basi per quella successiva in cui arrivarono coppa Italia e Coppa Uefa, l’ultima del piccolo centrocampista di Lordelo che si trovò, suo malgrado, a rientrare nella corposa lista degli epurati preparata dalla nuova gestione Montezemolo-Maifredi, i cui risultati sono purtroppo ben noti ai più.

Passano cinque anni avari di successi e il nuovo ribaltone societario con cui la famosa “Triade” prende il comando delle operazioni dietro le scrivanie, con Marcello Lippi seduto in panchina, porta una nuova ondata di volti nuovi tra i quali spicca un raffinato centrocampista dalla folta chioma, Paulo Sousa, ventiquattrenne cervello della metà campo dotato di ottima tecnica, incredibile acume tattico e una visione di gioco che spesso gli consente di imbeccare i compagni d’attacco con lanci lunghi e precisi.
Di sicuro grazie all’impatto e alla presenza costantemente decisiva nello scacchiere bianconero, oltre al palmares notevole, specie se rapportato ai soli due anni trascorsi alla Juventus, possiamo affermare che Sousa sia stato il calciatore nettamente più forte e importante dei cinque di cui parliamo.
Perno insostituibile attorno al quale ruotavano a turno altri 4-5 colleghi di reparto fenomenali di quella rosa al primo anno, nella seconda stagione incontrò maggiori difficoltà e numerosi problemi fisici che lo hanno poi accompagnato fino a fine carriera, e per questo si arrivò all’improvviso divorzio, nelle settimane successive alla conquista della Coppa dei Campioni a Roma.

Qualche mese dopo la prematura partenza di Sousa, con il mercato di riparazione della stagione 1996-97 arriva a Torino il terzino sinistro Manuel Dimas che va a potenziare la fascia in cui è titolare Pessotto per il quale però mister Lippi necessita di un ricambio di qualità che dia garanzie.
Dimas, in effetti, ha garantito nei suoi due anni e mezzo di permanenza prestazioni sempre oneste e sufficienti entrando perfettamente a far parte di quel meccanismo incredibilmente funzionale che era la prima Juve di Lippi, un mix tra campioni e gregari pronti a dare sempre l’anima per portare a casa la vittoria.

Superata la tempesta calciopolara, la rinata società bianconera che molti ricordano con non poche fitte al cuore come la “Juve dell’operazione simpatia”, riparte dalla massima serie dopo l’anno di purga in cadetteria, e i nuovi dirigenti si assicurano in un colpo solo le prestazioni di Tiago Cardoso Mendes e di Jorge Andrade: il primo risulta il fiore all’occhiello della campagna acquisti di quell’estate, prelevato per quattordici milioni di euro dal Lione, mentre sul secondo si addensano nubi di scetticismo visto che il curriculum recente parla di un numero di infortuni e recidive nettamente superiore a quello di partite giocate.

A fronte di questa diversa accoglienza da parte dei tifosi, i due calciatori portoghesi saranno accomunati dalla delusione derivante dalle loro prestazioni, con l’unica differenza che il difensore chiuderà la sua esperienza juventina dopo sole quattro partite con l’ennesima rottura del ginocchio, durante un Roma-Juventus di inizio campionato, mentre il secondo a cavallo delle sfortunate gestioni di Ranieri e Ferrara resterà avvolto in quell’alone di mistero che impedisce di capire davvero che tipo di giocatore sia.
Beffa nella beffa si rivelò poi il proficuo proseguimento della sua carriera con i sette anni all’Atletico Madrid ricchi di successi e soddisfazioni, mentre di Andrade non si sono mai più avute notizie, fortunatamente.

Volutamente non ho menzionato il sesto portoghese messo sotto contratto dalla Juve, Cancelo, innanzitutto perché ancora non ha disputato un solo minuto con la nostra maglia ma anche perché adesso è molto più bello poter parlare di una seconda coppia di portoghesi arrivati insieme nella stessa sessione di mercato, questa volta però di un livello lievemente superiore ai due di cui abbiamo parlato poco più sopra.
Inoltre, Cancelo potrebbe essere considerato a posteriori il vero colpo storico e di importanza incalcolabile fatto dalla nostra dirigenza in questa estate elettrizzante, se visto come viatico per allargare i confini dei “ragionamenti” fatti con Jorge Mendes e coronare il sogno che in queste ore si fa ancora piacevolmente fatica ad accettare come tramutato in realtà.
Bem-vindos Cristiano e Joao, ora fateci divertire.