Ronaldo e il barista sulla stessa barca

di Riceviamo e Pubblichiamo |

Di Vittorio Turinetti

Avvocato, torinese di nascita, milanese di adozione.

1 febbraio 2020.  È un sabato mattina di metà inverno, sonnecchioso e grigio.  Davanti ad un caffè, dopo chiacchiere di varia amenità, un po’ per caso, un amico mi racconta dei problemi della sua azienda che ha una fabbrica in Cina.  Gli è appena stato comunicato che, dopo la chiusura per il Capodanno cinese, la fabbrica resterà chiusa fino al 10 febbraio per ordine del governo a causa del coronavirus (Covid 19 è in quel momento una sigla ancora sconosciuta).  La questione mi incuriosisce per gli aspetti legali della questione.  È il famoso factum principis e subito viene alla mente quella clausola di force majeure che esiste in tutti i contratti commerciali, spesso relegata tra le “Disposizioni varie” e degnata di scarsa attenzione, guardata di sbieco come si leggono le condizioni generali di contratto che ci fanno firmare in banca.

Comincio a scrivere per la mia attività professionale una nota sugli aspetti legali derivanti dal coronavirus, che viene diffusa tra la clientela, attraverso l’email e i canali social dello studio.  La Cina è lontana e il sottile complesso di superiorità di noi italiani rispetto alle cose distanti distolgono l’interesse dalla notizia.

La vita va avanti senza grandi scossoni.  Il 15 febbraio, viviamo, senza saperlo, l’ultima domenica con il campionato di calcio.  Nelle chat, si discute di quello, ignorando quello che sta per succedere.  E come avremmo potuto fare diversamente?  Pensiamo un attimo a quale sarebbe stata la nostra reazione davanti a qualcuno che dopo quella partita ci avesse detto che in meno di un mese l’Italia si sarebbe bloccata, il campionato e la Champions League fermati e tutti noi costretti in casa, con la possibilità di uscire solo in caso di emergenza. Inutile dire che l’avremmo preso per matto.  E ancora il 23 febbraio, con i primi rinvii, e tutta la settimana successiva, l’attenzione era pienamente concentrata sulle chiacchiere da bar, mentre si prendeva con grande leggerezza la temporanea chiusura delle scuole in concomitanza con il carnevale e la settimana bianca.

Ad un mese di distanza, la situazione è drammaticamente cambiata.  È successo in un istante quello che sembrava impossibile.  In realtà l’istante è un po’ più lungo (ed in alcuni stati deve ancora arrivare), ma all’improvviso, parafrasando le tante frasi che abbiamo sentito in questi giorni, abbiamo tutti cambiato abitudini.  Per necessità.  L’esercizio che provo a fare è quello di immaginare dove saremo tra qualche mese, utilizzando il mondo dello sport e del calcio in particolare quale specchio della nostra società.  Il quadro che ne esce è fortemente impattato dal mestiere di avvocato che svolgo, ma è anche influenzato dalle tante previsioni che si leggono, tra soloni che sanno tutto e gente più prudente che vive alla giornata.

Al momento attuale i campionati più importanti d’Europa e le coppe europee sono sospesi.  Ci sono stati i primi casi di contagio tra i giocatori che hanno costretto numerose squadre a sospendere l’attività.  A giugno ci dovrebbe essere l’Europeo e a settembre le Olimpiadi a Tokyo.  Oggi le due manifestazioni sono confermate, almeno fino a diverso nuovo avviso. Ma intanto la fiaccola olimpica è stata accesa a porte chiuse e il percorso modificato.

Quel che è certo, nello sport, come nella vita quotidiana è il fatto di essere a casa.  Abbiamo avuto delle partite rinviate e altre a porte chiuse. Attualmente, il pensiero di tutti è quello di tornare il più in fretta possibile alla normalità. C’è la gara delle parole di solidarietà, siamo al “bravi tutti” tipico del finale di qualsiasi partita di calcio di qualsiasi livello (con le dovute eccezioni che non fanno che confermare la regola).

Non credo che sarà così quando tutto tornerà come prima. Una breve analisi sul mondo del calcio ci aiuterà a capire quello che ci aspetta. Scelgo il calcio perché è una passione e perché fin dall’antichità si è riconosciuto un enorme valore, anche sociale, allo sport e al gioco, come momento di distrazione e pace: dobbiamo ai Greci le c.d. tregue olimpiche, mentre fu Giovenale a condensare nel detto panem et circenses le aspirazioni del popolo.

Il mondo del calcio e dello sport più in generale è un business strutturalmente in perdita. Il valore dell’investimento è sempre stato e lo è sempre di più legato alla straordinaria popolarità e pubblicità che deriva da quello che rimane il gioco più bello del mondo. Negli ultimi 30 anni, lo sviluppo dello sport e del calcio in particolare sono stati sostenuti sotto il profilo finanziario dalla costante crescita dei diritti televisivi. Ciò ha consentito la crescita dei fatturati delle società di calcio e, a catena, degli ingaggi dei calciatori e dei prezzi del calciomercato. E, sempre a catena anche per effetto della globalizzazione, dei social e dei nuovi mercati, l’apporto degli sponsor è cresciuto a dismisura.

Partiamo dal presupposto che la stagione calcistica non riprenda. Sarà utile sottolineare come il campionato cinese è sospeso sine die, mentre noi, probabilmente senza crederci, aspettiamo il 3 aprile per rivedere il calcio. In realtà, poco cambia se il campionato sarà concentrato in un arco di tempo molto ristretto oppure se si arriverà a fantasiose formule (play off, porte chiuse, etc.) pur di poter salvare il salvabile.

Il fatto sostanziale è quello di avere un numero di partite minore di quello programmato. E questo non potrà che avere delle conseguenze giuridiche: oggi tutti parlano di causa di forza maggiore che esclude la responsabilità della parte inadempiente o di impossibilità parziale della prestazione. In ogni caso, con percorsi giuridici diversi, la parte inadempiente non avrà profili di responsabilità, ma non potrà certamente pretendere (o dovrà restituire) quanto contrattualmente previsto. Ci sarà un effetto domino che possiamo rappresentare come segue, in via di grande semplificazione:

  • l’acquirente dei diritti TV pretenderà di non pagare l’importo contrattualmente previsto alla Lega Calcio (per il campionato) e UEFA (per le Coppe);
  • la Lega Calcio e l’UEFA non potranno corrispondere alle società sportive quanto concordato;
  • le società sportive andranno immediatamente in grande difficoltà e non potranno che cominciare a pensare a come alleggerire i propri conti economici;
  • i calciatori potrebbero restare senza stipendi.

Il quadro è stato volutamente molto semplificato. In realtà, nello scenario delineato, i problemi saranno di gran lunga maggiori, perché alla porta si presenteranno gli abbonati alla pay-tv (chiedendo la disdetta degli abbonamenti e/o il rimborso per gli eventi non disputati), gli sponsor e chiunque fa parte della filiera sul presupposto dell’esistenza di un campionato, di una coppa, di una presenza televisiva.  Non ultimi, alzeranno la voce i tifosi per il rimborso dei biglietti e degli abbonamenti.[1]


[1] Con un tempismo che si inserisce perfettamente nell’attuale contingenza, l’Autorità Garante della concorrenza e del Mercato in data 7 gennaio 2020 ha avviato nove procedimenti nei confronti di società di calcio di serie A (tra cui Atalanta Bergamasca Calcio S.p.A., Cagliari Calcio S.p.A., Genoa Cricket and Football Club S.p.A., F.C. Internazionale Milano S.p.A., S.S. Lazio S.p.A., A.C. Milan S.p.A., Juventus Football Club S.p.A., A.S. Roma S.p.A. e Udinese Calcio S.p.A.) per clausole vessatorie nei contratti di acquisto di abbonamenti e biglietti per le partite.  Il relativo comunicato è a disposizione al seguente indirizzo: https://www.agcm.it/media/comunicati-stampa/2020/1/CV191-CV200-CV202-CV203-CV204-CV207-CV208-CV209-CV210.  Tali procedimenti (cui si sono sottratti Parma e Udinese che hanno modificato le loro condizioni generali di vendita) riguardano in particolare l’illiceità delle condizioni generali di vendita laddove non riconoscere (per quello che qui interessa) il diritto dei consumatori a ad ottenere il rimborso di quota parte dell’abbonamento o del singolo titolo di accesso in caso di chiusura dello Stadio o di parte dello stesso e ad ottenere il rimborso del titolo di accesso per la singola gara in caso di rinvio dell’evento, sia per fatti imputabili alla società, sia quando tale circostanza prescinda dalla responsabilità di quest’ultima

Andrà così? Da avvocato, la risposta a tutto quanto sopra indicato sarebbe facile: ne nascerebbero grandi contenziosi e grandi arbitrati.  Tuttavia, in uno scenario metagiuridico, la realtà potrà essere diversa.

La via giudiziaria e/o arbitrale non consentirebbe, in caso di blocco dei rubinetti a qualsiasi livello, una ripresa dell’attività sportiva e televisiva, salvo il caso in cui alcune delle società riuscissero a sopperire finanziando il tutto di tasca propria (ipotesi da considerare come remota), con difficoltà enormi a far sì che lo spettacolo possa andare avanti.

In passato (vedi la Juventus nel 2006, sulle ceneri di calciopoli), il ricorso al calciomercato poteva consentire di fare cassa, alleggerendo anche il monte ingaggi.  Oggi la situazione è completamente diversa, perché il calciomercato potrebbe di fatto fermarsi.  E’ probabile che il blocco dei campionati a qualsiasi livello europeo non consentirà (a meno di ingenti investimenti vietati dal c.d. fair play finanziario) alle squadre di calcio di poter offrire gli stessi ingaggi (o ingaggi più alti) ai calciatori.

Quale potrà essere la soluzione?  Nel diritto italiano, non esiste un obbligo codificato di equilibrio (o per meglio dire, di ri-equilibrio) del contratto. È così definita la c.d. alea contrattuale, nell’ambito della quale ciascuno accetta il rischio delle mutate circostanze nel corso del periodo di esecuzione del contratto stesso. Esiste però il concetto della c.d. eccessiva onerosità sopravvenuta che comporta, in caso di avvenimenti straordinari e imprevedibili, la possibilità di risolvere il contratto a favore della parte che subisce un onere eccessivo e la possibilità dell’altra parte di offrire una equa modifica del contratto. Esiste poi la possibilità di riduzione della propria prestazione in caso di impossibilità parziale della prestazione della controparte. Esiste infine un generale obbligo di buona fede nella negoziazione, nell’interpretazione e nell’esecuzione del contratto.

La buona fede è un concetto antico, alla base del diritto romano. Ma è proprio la buona fede che potrà salvare il calcio e qualsiasi altro business, soccorrendo nella riconduzione ad equità dei contratti in essere.

Torniamo a rincorrere la palla. È probabile che – nel mondo dello sport e del calcio in particolare – non ci sarà tempo per i contenziosi, né ci sarà la possibilità di cambiare squadra (per mancanza di offerta). Sarà necessaria un’enorme capacità di autoregolamentazione e grande senso di responsabilità per andare a rinegoziare – in buona fede – tutti i contratti del settore. In sostanza, ognuno dovrà fare la propria parte per consentire all’intero sistema calcio di ripartire, mantenendo i posti di lavoro e/o generandone altri. Il pensiero di chi legge va certamente a Ronaldo e ai big, ma non bisogna dimenticare che lo sport e il suo indotto occupa migliaia e migliaia di persone.

È certamente utopico che tutti gli addetti ai lavori adottino la stessa linea di condotta. Così come è probabile (anzi, certo) che, finito il momento della tregua olimpica imposta dalla lotta al Covid 19, si tornerà alla difesa del proprio orticello, alle polemiche da bar e a tutto quello cui siamo abituati. Ma, per esclusione, non sembrano esserci altre vie percorribili.

Se siete arrivati a leggere fino qui, chiedo ancora qualche minuto di attenzione. Lo scenario che ho descritto per il calcio si applica mutatis mutandis, a qualsiasi attività e anche, con ogni probabilità, a quella di chi legge.

Proviamo a elaborare: le restrizioni che sono state adottate hanno già avuto un immediato effetto su numerose attività commerciali, industriali e professionali.  Pensate al bar dove avete smesso di bere il caffè, ai centri sportivi dove i vostri figli fanno sport, a tutte le attività che non state facendo in questi giorni.  ùIl commercio al dettaglio è quello che subisce gli effetti più immediati, altri settori subiranno le conseguenze dell’onda lunga (si pensi al turismo della prossima estate).

Dinanzi ad una contrazione dei ricavi, i costi resteranno. Avvicinandosi la fine del mese, si cominceranno a fare i primi conti e a realizzare che la coperta comincia a essere corta per provvedere al pagamento della locazione, dei dipendenti, dei contributi, dei fornitori e di quant’altro si avvicina alla scadenza. E se la coperta diventa davvero troppo corta?

Le strade che si aprono sono la chiusura (con tutte le sue conseguenze), il contenzioso o una rinegoziazione dei contratti in essere. E questa terza via è di gran lunga quella raccomandabile. Ma in questo caso, ci dovrà essere buona fede e buon senso. Di tutti, nessuno escluso! Realistico? Quando ci saremo liberati dal Covid 19, ci ricorderemo delle tante belle parole di questi giorni? Vogliamo sperare di sì, ma non ne possiamo essere certi.

In questi giorni, siamo stati invitati a cambiare le nostre abitudini e, per certi versi, ci stiamo riuscendo.  Stiamo tutti scoprendo una grande capacità di adattamento. Tutto questo è però oggi condizionato e dettato dalla situazione di paura e di necessità in cui viviamo.  Tra qualche mese, ci verrà presentato il conto: saremo pronti, tutti insieme, a dimostrare lo stesso senso di solidarietà e la stessa capacità di adattamento di questi giorni?


 

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