Ronaldo: l’attimo che ha rovesciato il destino

 

La sera del 3 aprile ero allo Stadium. Dopo pochi minuti CR7 ci aveva già trafitto, con un guizzo che aveva dell’ineluttabile, lasciandoci a domandarci in che modo avesse colpito il pallone. Troppo veloce l’azione per gli occhi e i cuori allo stadio. Classificammo quel primo goal come la classica “tassa Ronaldo” che già avevamo pagato in varie occasioni, anche in quelle che avevano sorriso alla Juve. Quella sera i bianconeri, a differenza di 10 mesi prima a Cardiff, si rimisero sui loro binari a testa bassa: giocavano bene e cercavano con decisione il pareggio. Poi un disastro in difesa, quel pallone che arriva nel cuore dell’area e Cristiano che si alza in volo. Subito capimmo che quella rovesciata era destinata a restare nella storia del calcio, quello che non potevamo sapere era che qualche mese dopo avrebbe avuto un motivo in più per essere ricordata. Il terzo goal e il rosso a Dybala sembrarono mettere una pietra tombale sulle velleità bianconere di passare il turno. Anche se c’era ancora il ritorno, un’epopea che meriterebbe un capitolo a parte. Ma la storia di quel quarto di finale doveva finire così, con un’altra tassa Ronaldo, amarissima, al 93′.

 

La sera del 3 aprile ero in Curva Sud. Un settore dello stadio poco avvezzo a cedere le armi, a tributare onori agli avversari. La meraviglia per quella rovesciata mi tolse la parola: sgranai gli occhi, il coro mi morì in bocca e mi accodai all’applauso di buona parte dello Stadium. Ma la Curva e un’altra minoranza di tifosi sparsi non gradirono quel tributo. Penso di essere stata l’unica, o comunque una dei pochi, ad applaudire in Sud. Troppo grande la meraviglia per il gesto tecnico. Troppo grande l’ammirazione per l’Atleta Totale, che già da anni mi metteva in crisi: uno di quei campioni assoluti per cui l’ammirazione è più forte della rivalità sportiva.

E ora, dopo 10 giorni frenetici di sogni, illusioni, ansie, chi quella sera non applaudì deve ringraziare un po’ anche noi. Lo dico provocatoriamente. Perché è indubbio che Cristiano rimase colpito e grato dal tributo dello Stadium – lui, abituato a beccarsi solo insulti negli stadi avversari – e già nel dopo partita rilasciò dichiarazioni al miele per la tifoseria juventina. Intanto Agnelli e Marotta iniziavano a tessere i rapporti con lui e Mendes.

 

Da ieri il sogno è realtà. Il giocatore più forte al mondo (al pari di Messi, non perdiamoci in questioni di lana caprina) è della Juventus, la Juventus è sua. Ma Cristiano è anche un po’ nostro, anzi lo era già. Per la passione con cui abbiamo seguito la nostra squadra anche dopo il 3-0, per la sportività e il rispetto che gli abbiamo tributato. Le due cose non si escludono. E poi per la mentalità juventina, che sembra già essere la sua.

È l’acquisto che cambia la storia della Juve e forse di tutto il calcio italiano. Un acquisto apparentemente così poco juventino. A 12 anni di distanza da Calciopoli, a 7 anni dai due settimi posti, ora con 7 Scudetti alle spalle. Questo numero non fa che tornare e ritornare nei nostri discorsi, si infila tra le parole. Sembra burlarsi di noi, non in modo malevolo, ma facendoci sognare a occhi aperti.

Bem-vindo, Cristiano! La tassa Ronaldo, da questo momento, non dovremo più pagarla…

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