Romanzo Champions: niente di nuovo: c’è la solita, amara, spietata Champions League

di Leonardo Dorini |

“il 17 marzo, a Torino, serve un’altra battaglia, per evitare di piangere di nuovo, come sempre”: si concludeva così Romanzo Champions del 27 febbraio, dopo la brutta sconfitta di Lione, l’unica – e costosissima – sconfitta di stagione in questa competizione; e invece siamo arrivati al 7 agosto, e da allora è successo di tutto: siamo stati via con la testa, abbiamo giustamente pensato ad altro, ci siamo reimmersi, abbiamo preso uno schiaffo in Coppa Italia e poi vinto il Nono di fila quasi d’abbrivio, con l’esperienza di una squadra navigata, dentro una stagione totalmente abnorme.

E dopo tutto questo arriva anche l’ottavo di ritorno, la partita decisiva per andare a Lisbona a giocarsi il tutto per tutto; noi del Romanzo Champions eravamo pessimisti: troppo stanchi, le 14 partite a 30 gradi in 50 giorni non sono certo state una passeggiata di salute per nessuno: questa stagione ci ha pian piano logorato, sfinito, scaricato come le pile, che se le sfreghi un po’ vanno ancora qualche ora, ma poi l’energia finisce.

La vigilia Rudi Garcia ci punzecchia un po’, si vede che ci crede; in conferenza stampa per noi torna Bonucci, come all’andata, che parla di “110 per cento” di “adrenalina” ed esibisce uno sguardo truce, quasi scortese: dopo il match farà discutere, sminuendo l’obiettivo Champions: “il nostro obiettivo principale è il campionato…” volpe ed uva a profusione.

Sarri dice che serve una “grande prestazione”, parla di “lucidità”, “pazienza”, “calma”, si definisce “agnostico” sul pessimismo che circonda la Juve e il suo lavoro; niente a che vedere col clamore che creano le dichiarazioni post-partita, quando esalta la prestazione della squadra, dicendo che si “aspettava di meno”: i suoi sostenitori si gasano, i detrattori pure, ma per motivi opposti: presto sapremo.

Noi del Romanzo Champions eravamo pessimisti, si diceva: siamo cotti, forse poco determinati, con due giocatori cruciali fuori, con le idee annebbiate; e abbiamo di fronte una squadra ostica, con una linea a 5 ben ordinata e tre centrocampisti giovani, scattanti, aggressivi, con buona tecnica.

Se poi ti fischiano contro un rigore (qualcuno ha capito cosa ha visto l’arbitro?) al decimo minuto, il pessimismo diventa certezza di non farcela…eppure. Depai con una certa sicumera ci serve un cucchiaio, ma poi viene punito (troppo severamente) dall’arbitro per essersi contorto in barriera col gomito un po’ sporgente: c’è Ronaldo per queste cose, non sbaglia e la pareggia.

Poi questo grande campione, che ha segnato 130 gol in Champions, che è stato l’unico a buttarla dentro per la Juve nelle 6 gare della fase a eliminazione degli ultimi due anni, tira fuori un altro gol dei suoi, una sassata di sinistro da 25 metri, e andiamo in vantaggio: il tempo ci sarebbe, ma le forze no, quelle mancano.

Sarri rischia Dybala, mette Danilo, mette il ragazzo Olivieri, il solito inutile Ramsey: niente da fare, i francesi corrono pochi pericoli, proviamo a crossare continuamente, ma senza mordere, senza il fraseggio, l’idea, la scintilla.

E’ uscito il Liverpool, è uscito il Real, è uscita la Juve: niente Lisbona per tre Club freschi campioni. La “finale lunga 270 minuti”, come l’ha definita Luca Momblano, ce la guardiamo da eliminati, con la leggerezza e la rabbia, al solito, di chi è già uscito.

Ci aspettano settimane di polemiche, di pettegolezzi, di bombe di mercato, di #SarriIn e #SarriOut, ma a noi del romanzo del calcio non interessa: attenderemo pazienti il nuovo anno, e ci sarà di nuovo il campo, con nuovi stimoli, altre emozioni.

“Ritrovare entusiasmo”, ha detto Andrea Agnelli a tarda sera.

Sipario.