Romanzo Champions: Padroni al Camp Nou, ci voleva!

di Leonardo Dorini |

“Cosa costa provarci?” scrivevamo la settimana scorsa.

Un Barcellona nono in classifica, a 12 punti dal vertice, con 4 sconfitte in campionato; una Juve terza, a sei punti dalla vetta, imbattuta in campionato. Una partita di andata nettamente vinta dai catalani. Un girone piuttosto facile, con le due squadre che si sono presto messe al sicuro per il passaggio. Una Juve che deve vincere con scarto per diventare prima nel girone.

Questa è il puro resoconto dei fatti alla vigilia di Barcellona-Juventus, che ha ben altri trascorsi negli ultimi anni; il Dybala del 3-0 allo Stadium forse non lo abbiamo più rivisto; come stasera, la Juve al Camp Nou non subì gol al ritorno grazie ad un ferreo controllo delle operazioni, ma stasera abbiamo restituito il 3-0 di due anni fa, ai gironi.

Quanti temi in questo match: CR7 e Messi tornano a scontrarsi, dopo tante sfide in Liga, 132-118 il conto fantasmagorico dei gol in questa competizione. Pjanic contro Arthur, le squadre si sono scambiate i registi; de Ligt che era l’oggetto del desiderio di Koeman (“sono arrivato troppo tardi”); Griezman che all’Atleti ebbe pessimi ricordi bianconeri. Tante individualità e l’atmosfera dei grandi eventi.

Koeman in conferenza stampa si deve difendere per i risultati in Liga, e si lamenta sarrianamente degli orari delle partite; c’è Leo Bonucci che fa appello alla motivazione, usando parole molto decise, da capitano: l’ultima volta che era apparso su questi microfoni però era il ritorno col Lione, non prometteva affatto bene la cosa, ma la musica è stata diversa. Mister Pirlo annuncia Buffon in campo (“si merita questi palcoscenici” e Gigi dimostrerà), non crede alla “crisi” del Barcellona, si dice convinto che “tutto possa succedere”, si lamenta dell’approccio “non al 100 per cento di qualche giocatore” e dribbla una domanda insidiosa sul rapporto Messi/Barca.

Formazione che conferma tutte le suggestioni della vigilia, Juve in una formazione teoricamente al top: difesa confermatissima, Sandro e Cuadrado alti, Arthur torna in regia con a fianco McKennie, Ramsey fra le linee, Ronaldo e Morata, con un Cr7 che prima del match catechizza Arthur: dammela in profondità, non ti preoccupare, sembra dirgli.

C’è vento al Camp Nou e questo stadio immenso colpisce ancora di più senza il pubblico. Si parte.

Juve autorevole, ben messa in campo, veloce: i centrocampisti si inseriscono gli esterni danno ampiezza, il Barcellona sembra capirci poco: un sogno a lungo atteso, che ci porta sul 2-0 in pochi minuti; ma soprattutto, i catalani praticamente non la vedono per almeno 20 minuti. Ci speravamo, di vedere una Juve così, ed è arrivata.

Poi è sempre il Barcellona, intendiamoci: inizia a pressare e a trovare qualche geometria: si balla un po’. E volevate venire al Camp Nou a passeggiare? Buffon para su Messi 3 volte, la seconda lui gli tira la maglia sorridendo: quante battaglie hanno fatto questi due? Saranno sette le parate di Gigi sulla Pulce a fine partita.

Com’è come non è, chiudiamo il primo tempo sul 2-0: se prendiamo gol, sempre un altro ne dobbiamo fare.

Noi del romanzo del calcio non ci ricordiamo bene il secondo tempo: sappiamo che Langlet gioca a pallavolo e c’è un altro rigore; che Ronaldo trasforma senza patemi; sappiamo che Bonucci mette il quarto gol, ma è in fuorigioco; sappiamo che Messi tira spesso in porta, ma Buffon c’è; che Griezman non morde anche se prende una traversa.

Ricordiamo di esserci già trovati avanti 3-0 in uno stadio spagnolo e di non aver portato a casa il risultato; ma ora non ci pensiamo.

Al 60 circa Pirlo cambia la mediana mettendo dentro Rabiot e Bentacour, noi tifosi soffriamo molto, ma in campo non si vedono occasioni enormi; siamo determinati, vogliamo portare a casa il risultato: c’è anche un Cristiano operaio, che all’81 torna nella propria area a sventare un’incursione di Messi, un’azione che passerà alla storia nel suo essere inconsueta.

“Cosa costa provarci?” dicevamo la settimana scorsa. Ce l’abbiamo fatta ragazzi, siamo primi nel Girone! Cosa ci resta di questa serata? Forse la sensazione di aver di nuovo detto una parola autorevole, da grande squadra, sul grande palcoscenico europeo: il nostro palcoscenico.


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