Robin Quaison: talento ibrido, eroe a metà

di Juventibus |

Certe cose fanno giri immensi e poi ritornano, come casualità, oppure come coincidenze, cose, situazioni che segnano la vita.
La vita e la carriera di Robin Quaison sono così, un giro immenso, una serie di coincidenze ed equivoci, una catena di eventi fuori dal controllo di quel ragazzo originario del Ghana, figlio di un immigrato che viveva a Akalla, sobborgo nella periferia di Stoccolma, dove molti ragazzi lo vedono comunque come un eroe e sognano di farcela come lui, arrivato in Nazionale e nel calcio italiano, in Serie A.
Sì, perché dopo essere emerso da un quartiere di periferia, da una famiglia immigrata dal Ghana a Stoccolma (niente di più diametralmente opposto, un giro immenso appunto) per una serie di equivoci eventi, Robin è rimasto sempre a metà strada, nel mezzo; tra talento vero e calciatore normale, tra l’impresa personale e la sconfitta della sua squadra, tra centrocampo e attacco, tra quel numero 10 vestito diverse volte con la Svezia e il 21 che veste da 3 anni a Palermo.

Nato il 9 ottobre 1993 a Stoccolma, la sua carriera inizia a 7 anni quando il papà lo porta all’AIK Solna, squadra principale dell’area metropolitana della capitale svedese.
Robin fa tutta la trafila e ben presto spicca per talento, dando vita al primo equivoco della sua carriera. Un soprannome affrettato, una valutazione esagerata, sbagliata: “Xavi scandinavo”. Insomma Robin è un centrocampista, un Xavi dicono in patria, ma ben presto Xavi sarà un ricordo lontano.
Bravo negli assist, rapido anche nello stretto e abile nel dribbling, ma non certo un distributore di gioco come il fuoriclasse catalano. Insomma qualcosa di più offensivo forse, un trequartista? Un’ala? Una mezzapunta? Sicuramente un talento, un talento ibrido.
All’AIK, passato in prima squadra, dopo un prestito in terza serie svedese, viene sballottato qua e là. All’occorrenza Robin è un interno di centrocampo, un’ala, un esterno di centrocampo e se capita pure seconda punta, non è chiaro cosa sia, ma il talento c’è e i primi ad accorgersene sono i giocatori del Manchester United nell’estate 2013.
Robin, come per gli amanti dei fumetti ci suggerisce il suo nome, in un notte di agosto a Stoccolma si trasforma in eroe, proprio come lo vedono i ragazzini di Akalla, riceve palla, con l’esterno sinistro si libera di Vidic e poi con il suo piede preferito il destro, mira e spara un tiro forte, una parabola perfetta che si insacca nell’angolino alto. L’AIK è in vantaggio, in amichevole vero, ma contro il Manchester United, e poco importa se lo United pareggia finisce 1-1, Robin è nel suo piccolo un eroe, un eroe a metà, dato che il suo gol non è comunque bastato a battere i Red Devils.

Nell’estate 2014, Franco Ceravolo lo porta a Palermo per una spesa totale di circa 3 milioni di euro e il ragazzo firma coi rosanero per tre anni.
Insomma a Palermo sperano di aver trovato un altro talento, coincidenza vuole che nel reparto avanzato i due talenti più importanti, Paulo Dybala e Andrea Belotti, siano anch’essi del 1993, annata dalla quale la società di Maurizio Zamparini spesso ha tirato fuori il “coniglio dal cilindro”.
Purtroppo per Robin la prima stagione in Sicilia è deludente; eppure per un momento, appena 3 minuti, in un rocambolesco pomeriggio di gennaio a Firenze, la svolta era quasi arrivata. E’ il 52’, di Fiorentina – Palermo, i rosanero sono orfani del loro bomber Paulo Dybala, sotto 2-0 a Firenze, e ovviamente non è facile rimontare lo svantaggio.
Così Mister Iachini, che ormai ha sciolto i dubbi relativi a Quaison (per lui è un trequartista), lo butta nella mischia, con circa 40 minuti ancora da giocare (poco meno di quanti ne aveva giocato fino ad allora in totale nei pochi spezzoni concessi da agosto a gennaio), e Robin gli da ragione; tra il 59’ e il 61’ mette a segno i suoi primi due gol in Serie A, Robin è quasi un eroe, una doppietta che vale il pareggio in rimonta da 2-0 a Firenze. E invece la gioia dura poco, perché al 63’ sarà un certo Juan Cuadrado a riportare la Fiorentina avanti, chiudendo i giochi di una partita che terminerà 4-3.

Ancora una volta il talento di Robin non basta, è un eroe momentaneo, un eroe a metà, proprio come quella notte d’agosto a Stoccolma.
Dopo il trionfo a sorpresa della sua Nazionale U21 nell’estate 2015, trionfo a cui lui partecipa segnando un gol pesante nell’incredibile semifinale contro i cugini danesi,
ci si attende una crescita dal talentuoso svedese. Invece così non accade e anche nella stagione successiva rimane a metà strada, tra un ruolo indefinito e un talento che fatica a trovare quella continuità che gli sprazzi mostrati meriterebbero.
Nonostante le tante presenze e il buon minutaggio, l’instabilità della panchina viaggia di pari passo con il suo viaggiare da una posizione all’altra del campo, e lo score a fine stagione è misero, 2 gol e 4 assist tra campionato e coppa.
Nella stagione in corso la storia si ripete, come un disco incantato. E pur avendo già migliorato lo score personale (4 gol siglati in 16 presenze), deve affrontare la realtà di una squadra, quella rosanero, in fondo alla classifica, con poche speranze di salvarsi da una retrocessione quasi annunciata.
E così ancora una volta il talento, che pure sta tentando in tutti modi di spiccare definitivamente il volo, deve fare i conti con una stagione deludente del collettivo, una sfortunata coincidenza, l’ennesima che per ora lo lascia sospeso.
Eroe a metà, calciatore in cerca di un’identità tattica definitiva, talento ibrido, in attesa questo gennaio di ricominciare il giro per amore del pallone e trovare un luogo in cui potrà finalmente dimostrare tutte le sue potenzialità.

Di Stefano Francesco Utzeri @Utzi_26